POMAR, DIARIO PALERMITANO

copertina-memoteca

Palermo, come alcune tradizionali rappresentazioni letterarie raffigurano, è sempre stata un aleidoscopio di avventure bislacche, un brulicante “repertorio dei pazzi”, per dirla con Roberto Alajmo, che rimbalzano affannosamente da una storia all’altra, in cerca di identità perdute, amori non-corrisposti, sghembe fisionomie geo-culturali, gusti insoliti e sentimenti forti. Vite strampalate, scenari divertiti, sull’orlo di una maliziosa leggerezza coinvolgente.

Consapevole forse di ciò, partendo dal suo funambolico scrigno memoriale e servendosi di un raffinato spirito da collezionista, Marco Pomar raccoglie in questo testo una serie di brevi racconti dal sapore quotidiano eppure così pieni di irriverente immaginazione. Da resoconti di vacanze in mari esotici, ad incandescenti liti di quartiere (con tanto di scambio di persona annesso) a sedute psicoanalitiche inconcludenti, a ritratti esemplari di singoli personaggi, passando per annunci mortuari o telefonate amorose interrotte e favole caricaturali, il libro presenta una ricca varietas contenutistica che ricorda molto il significato originario dell’espressione latina satura lanx che designa il genere satirico d’età arcaica.

E proprio simile ad un piatto contenente diverse pietanze dal sapore ora amaro, ora dolce La memoteca di Pomar sembra invitare i lettori ad un assaggio continuo, accompagnando il piacere della stessa lettura con una risata comico-sarcastica (la quale potrebbe scappare tra una pagina e l’altra, o alla fine di ogni singola narrazione) non immune da riflessione. Acini d’uva caduti per caso in una saliera rimasta inavvertitamente aperta, impasti intelligenti di realtà e fantasia: ecco il vero volto di queste storie dai contorni piccanti, ma anche ironici e allusivi. Quasi un ipermoderno taccuino-ricettario la cui forma base è costituita da una novellare fluido e disteso che prende di mira inveterati vizi, facili vittimismi e ingenuità.

Non si tratta tuttavia di lievi apologhi dai quali ricavare una precisa morale o punti di riferimento attuali (e qui veramente la patina ‘identitaria’ siciliana vale ben poco) bensì di quadri a volte paradossali, a volte tragici, che restano aperti e sfumati: “Pensò di chiamare qualcuno, ma non gli venne in mente nessuno. Entrò in un bar, prese un cappuccino e alla cassa vide il giornale con un grosso titolo: ‘Berlusconi: via l’Ici e giù le tasse per tutti. Ecco il mio programma elettorale’ Pagò il cappuccino, lasciò lì il giornale e tornò verso casa, con un vago sentore di vuoto.” (p.98).

La lettura apparentemente svagata di tali scritture (in gran parte dialogate o diaristiche,con sporadici calchi lessicali desunti dal dialetto) induce ancora una volta a ragionare sui nessi ‘memoria-parola’ , ‘immagine-gesto’, così importanti per tanta letteratura nazionale e non solo. Di fronte ai ricordi sgradevoli che si vorrebbero di colpo rimuovere con operazione meccanica dal cervello (come mostra umoristicamente il racconto iniziale, il quale dà il titolo all’intero libro e richiama alla lontana alcune scene di Se mi lasci ti cancello, il film del 2004 di Michel Gondry con Jim Carrey), si resta quasi intontiti, allegri e di sasso. Nello stesso momento, sembra suggerire Pomar, rimaniamo infastiditi e compiaciuti. E un sorriso inatteso ci si stampa in volto.

http://www.giudiziouniversale.it/articolo/libri/pomar-diario-palermitano

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