vecchio

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I vecchi subiscon l’ingiurie degli anni
Non sanno distinguere il vero dai sogni
I vecchi non sanno nel loro pensiero
Distinguer nei sogni il falso dal vero
(Francesco Guccini – Il vecchio e il bambino)

Simona aveva premura quella mattina. Leggero ritardo nell’orario per prendere l’autobus che da Monreale l’avrebbe condotta a Palermo. Affrettò il passo, quel tanto che le concedevano i tacchi alti.
Era appariscente come sempre, con la sua folta capigliatura bionda, il vestito bianco sotto la giacca rossa. Ormai i locali la conoscevano, non li stupiva, benché continuassero a guardarla con discreta lascivia.
Il pullman era ancora al capolinea, e Simona tirò un sospiro di sollievo.
Stava per entrare, quando si sentì bloccare il braccio.
Era un signore anziano, più vicino agli ottanta che ai settanta.
Simona ebbe un moto di fastidio, non altro.
– Cosa fa, mi lasci!
Il vecchio allentò la presa, e si mise negli occhi uno sguardo implorante. C’era qualcosa che la spinse a non liquidare quella silenziosa richiesta di aiuto.
Forse ebbe il tempo di ripensare a tutte le persone anziane che aveva incontrato nella sua vita. Suo nonno morì quando lei era ancora troppo piccola, e Simona da allora si attaccò in maniera quasi morbosa alla nonna, visto che i vecchi muoiono e bisogna goderseli finché stanno al mondo.
Poi morirono gli altri nonni, e i suoi genitori invecchiarono. Tutti modificavano il loro sguardo, perdendo mordente, vivacità e cattiveria, come un soprano senza più acuti.
Simona guardò quel vecchio sconosciuto mentre il motore del pullman metteva premura.
– Mi dica, voleva qualcosa da me?
L’anziano cominciò a lacrimare, le parole indugiavano.
L’autista diede un colpo di clacson, discreto.
– Signorina, mi scusi… non volevo disturbarla. Lei mi ricorda tanto una persona, sa?
Cosa dire in occasioni come quella? Cosa fare per uscire da un imbarazzo imprevisto?
– Si… Guardi, mi scusi, mi parte il pullman. Devo lavorare…
– La prego. Solo un caffè. Poi la lascerò andare.
A volte si fanno cose contro la logica, contro il buon senso e il corso già scritto della nostra vita. Ma è proprio per quello che Simona decise di dare ascolto a quell’uomo. Per non seguire un copione stabilito da altri, per concedere rispetto e ascolto a chi, per una volta, glielo chiedeva con lacrime e speranza.
Fece un cenno all’autista, che chiuse la porta e si avviò verso Palermo.
– Con piacere. Andiamo.
– Grazie signorina Liliana.
– Mi chiamo Simona, piacere.
– No, per favore.
– Come no?
– Per mezz’ora mi faccia sognare. Liliana avrà avuto la sua età, stessi capelli, stessa espressione, stesso corpo. O forse è l’età che gioca brutti scherzi. Non lo so.
Ecco svelato l’arcano. Una banale somiglianza, che le avrebbe fatto perdere un’ora di lavoro. Che stupida a lasciarmi irretire da un povero vecchietto. Tutto questo per non sapere dire di no.
– Venga, sediamoci là. Non le farò perdere molto tempo Liliana. Ho una storia breve da raccontarle. Poi andrà via, non la disturberò più.
– Non si preoccupi, signor…?
– Raspetti Michele. Onoratissimo.
– Non si preoccupi signor Michele. Il prossimo pullman è tra un’ora. Abbiamo il tempo che vogliamo.
Ordinarono un cappuccino lui e un’orzata lei. Raspetti sembrava non avere fretta. Forse l’annuncio di quei sessanta lunghi minuti a sua disposizione lo avevano tranquillizzato. Dovevano essere più che sufficienti.
Si gustò il suo cappuccino, poi si asciugò la bocca e cominciò il suo racconto.
– Cinquanta anni fa. Più o meno. La vidi per la prima volta a pochi metri di distanza da dove era lei, signorina. Restai colpito, non avevo mai visto una bellezza del genere. E si che di donne ne avevo avute, non ero più un ragazzino impacciato. Ma quando apparve Liliana tornai adolescente, goffo e afono, timido e scostante. Non riuscivo nemmeno a guardarla, e lei poi mi disse che questa cosa la incuriosì. Era arrivata da pochi giorni a Monreale, i suoi genitori erano venuti a vivere qui, suo padre era diventato il direttore della filiale locale della banca. Tutti non facevano che guardarla, chi le fischiava dietro, i più cafoni tra i miei concittadini, chi cercava approcci di ogni tipo, galante o diretto. Lei scelse me. Qualche giorno avanti, senza che io fossi più riuscito a guardarla, mi si avvicinò al bar, e mi chiese se le offrivo una coppa del nonno. Non lo dimenticherò mai. Gliela comprai senza dire una parola, e la guardai mentre con il cucchiaino a paletta la consumava lentamente. Lei rideva, mi rideva in faccia, si burlava della mia imbranataggine. Poi gettò la coppetta non ancora vuota, mi prese per mano, ricordo di essermi sentito un eroe davanti a tutto il paese, e mi portò a fare una passeggiata, verso il belvedere.
Lì finalmente cominciai a parlare, e fui un fiume in piena. Credo di averle raccontato tutti i miei trent’anni di allora, saltando episodi inutili, il mio anno di militare, qualcuna delle mie conquiste, le malattie esantematiche. Ci baciammo dopo nemmeno un’ora, e fu il più bel bacio della mia vita.
Il tempo galleggiava come un’astronauta esperto, i suoni arrivavano ovattati, la sua lingua si faceva avanti nella mia bocca come sapesse la strada. Penso di avere perfino sentito le campane.
Me ne innamorai perdutamente, come non pensavo si potesse fare.
Era più giovane di me di una decina d’anni, ma era decisamente più matura.
Aveva solo un difetto, le piaceva piacere. Io che non avevo mai sofferto di gelosia ne fui accecato.
Si mostrava per quello che era, una meraviglia di ragazza, e non disdegnava complimenti, approcci, corteggiamenti, che incoraggiava con sguardi e non solo.
Lei mi giurava eterno amore, ma io friggevo quando non era con me. Cominciai a fantasticare di tutto, immaginandomi accoppiamenti selvaggi con metà del paese, che, nella mia mente malata, mi rideva dietro.
L’amore non basta, pensai.
Avevo tutto per potere essere felice, e invece mi dannavo per ciò che accadeva soltanto dentro i miei sogni, in situazioni nate e morte dentro la mia testa.

Michele fece una pausa. Piangeva in silenzio, e guardava negli occhi Simona. Da parte sua lei lo osservava rapita, chiedendosi dove sarebbe andato a parare.
– Non ce la feci a reggere il peso di quella gelosia. Mi dispiace, signorina.
– La lasciò andare via?
– Magari.
Un brivido percorse la schiena di Simona. Una di quelle sensazioni sgradevoli a cui non si vuole dare ascolto, ma che ti travolgono.
– Che vuol dire magari, cosa fece?
– Doveva essere mia per sempre, e non c’era che un modo.
– Oddio, quale?
– La invitai a pranzo. Sembrava un giorno come tanti altri, io e lei a casa mia. Mangiammo, facemmo l’amore più volte, prima con dolcezza, poi con rabbia. Una rabbia che non la lasciò indifferente. Mai ero stato così aggressivo nell’intimità, e lei lo percepì. Forse qualche secondo prima che con un abat jour le spaccassi il cranio.
– Ma cosa dice? Ma lei è pazzo!
– Si, lo ero. Smise di respirare dopo quattro o cinque colpi. Ricordo come la mia lucidità in quei momenti mi fece paura. Riuscivo solamente a pensare a quanto non avrei più sofferto per amore, nessuno le avrebbe più guardato il culo, nessuno l’avrebbe posseduta mai più. L’unica cosa era sbarazzarsi del corpo, ma avevo pensato anche a quello. Non ce l’avrei fatta a mangiarla tutta in una volta, ma disponevo di un ampio surgelatore. È incredibile di quanta carne ci cibiamo durante l’inverno.
– Ma lei è un mostro, che cosa vuole da me?
– Non voglio nulla signorina, non ho mai pagato per le mie colpe, Liliana non fu mai trovata e io me la cavai con un paio di interrogatori maldestri. I film, mia cara, sono un’altra cosa. E anche le coscienze, si può vivere benissimo se si ignora il rimorso.
Adesso il vecchio non piangeva più, e le sue parole stonavano in quel corpo minuto, in quel viso segnato, in quegli occhi inespressivi.
Simona era terrorizzata, sentiva un conato salire fino alla gola, la nausea prendere campo. Si alzò da quel tavolino con tutto l’orrore del mondo. Andò via quasi camminando all’indietro, guardando quell’assassino freddo e cinico, in un misto di disprezzo e paura.
– Ma dove va signorina, la storia non finisce qui.
– Si fotta, uomo di merda!
Si mise a correre in direzione del pullman, inciampando e rompendo un tacco. Sentiva il cuore in gola, si avvicinò ad una aiuola e rigettò l’orzata.
Stava per riprendere a respirare, quando sentì una mano sulla sua spalla, fredda e inattesa. Lanciò un urlo inumano, lungo e liberatorio, accompagnato da un salto in avanti che la fece cadere sul suo stesso vomito.
Un altro uomo anziano la guardava con aria interrogativa, mortificato per averla impaurita.
– Signorina, mi perdoni. Non volevo spaventarla. A lei cosa ha raccontato, che l’ha tritata a pezzettini?
– Eh? Co…come?
– Si, il vecchio Raspetti. Ogni volta se ne inventa una nuova, sempre per spaventare qualche donna diversa. Lo lasci stare, è l’arteriosclerosi. Nemmeno i suoi figli gli danno più retta.
Simona si pulì il vestito con movimenti concitati, come meglio poteva, si alzò in piedi e cercò la via di casa. Un giorno di riposo non le avrebbe fatto male.
Sentì sul viso un vento fresco che le dava un po’ di sollievo ma non riusciva a togliersi dalla mente quel vecchio matto.
Camminava con passo incerto per via del tacco rotto e inciampò in un giornale accartocciato. Una copia del Giornale di Sicilia che giorni dopo avrebbe pubblicato un articolo su di una ragazza scomparsa nel nulla a Monreale, come cinquant’anni prima. Con la sua foto tessera.

E poi disse al vecchio, con voce sognante
Mi piaccion le fiabe, raccontane altre…

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