ammortizzatori

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Esco dal portone mentre un’automobile solleva acqua da una pozzanghera generosa. Ho scelto il giorno sbagliato per mettermi i pantaloni chiari.
La pioggia insiste in modo ostinato.
La pioggia se ne fotte.
Il mio meccanico ritiene opportuno modificare tutti gli ammortizzatori della mia macchina. Fosse per lui cambierebbe tutti gli ammortizzatori del mondo.
E io pago.
Io pago, mentre lui, non pago di questa bella notizia, mi ha detto che anche pezzi dai nomi mai sentiti del motore hanno fatto il loro tempo.
Anche lei, avrei voluto dirgli in faccia. Ma è di fiducia, dice mio padre, e la fiducia è una cosa seria. Così seria che io non la sprecherei per un meccanico ladro, in verità.
Mentre penso a ciò, e la pioggia se ne fotte, raggiungo la mia Lancia, proprio io che la spezzerei la Lancia, in favore di un’auto nuova, se solo il conto in banca lo consentisse.
Oggi è uno di quei giorni in cui i soliti ignoti hanno deciso di aprirla. Sono i buffi contrattempi del vivere in un quartiere popolare.
Non so come facciano. O il meccanico ladro di fiducia li ha dotati di un doppione di chiavi, e a quel punto il cerchio tra meccanico e ladro si chiuderebbe in maniera assoluta, oppure siamo di fronte ad una perizia degna di miglior sorte. Riservato a scassinatori più che abili, come i solutori delle parole crociate complicate.
Controllo di routine: forse hanno preso qualche CD, forse no.
I documenti sono al posto deputato, così come i deputati sono al loro posto, anche se non c’entra una mazza.
Metto in moto e mi accorgo che il finestrino non vuole saperne di andare giù o su come suo dovere. Su, in verità, non può andare, e giù non vuole, mettiamola così.
Poco male. Tanto piove, e la pioggia se ne fotte.
Vado per raggiungere l’ufficio, ma nella nostra amata città quando c’è acqua di cielo si crea un raduno festoso di automobilisti, tipo Woodstock, ma con meno erba da fumare e ciascuno per conto proprio. Però la musica ce la mettiamo, ognuno col proprio clacson e i più fantasiosi con le casse che offrono gratis melodie partenopee.
E parte napoletane, diceva il principe.
Ho saputo che anche questo mese siamo in ritardo con gli stipendi, che non vediamo da Maggio. Problemi con la ragioneria generale della regione, impegnata a liquidare stipendi dignitosissimi a funzionari indefessi, e compensi meno lauti a precari stabilizzati.
Scopro dopo poco che l’immobilità odierna della circolazione è causata proprio dai suddetti precari, ansiosi di ulteriori stabilizzazioni. A Palermo ci sono disgraziati di prima, seconda e terza fascia.
I primi si auto organizzano, cercano e trovano sponde politiche, alzano la voce, bruciano cassonetti e raggiungono scopi. Gli altri arrancano da soli, e piangono su spalle private, ove ne abbiano.
Decido di scendere dall’auto, di parlare con loro spiegandogli che se la nostra regione è arretrata è colpa di una logica assistenzialista che blocca ogni iniziativa, che in questo modo la politica non diventa più cosa pubblica ma cosa di pochi clienti ricattabili in nome del voto. Cosa nostra, direi. Anzi, cosa vostra, io mi defilo.
Mi riscaldo sempre di più, alzando il tono della voce e arringando le folle non per consenso, ma con lo scopo precipuo di ottenerne il totale disprezzo. Sto per dire loro quanto siano parassiti e squallidi, quando vengo scosso dal suono della macchina di dietro, la quale mi annuncia così che la coda si è mossa. Fortunatamente le mie intenzioni sono rimaste tali.
Mentre la pioggia persevera e se ne fotte.
La mia storia con Daniela si è brutalmente affumata. Dice che io non sono abbastanza maturo, che questa mia ostinazione ad occuparmi della malattia di mia madre è tipica dell’uomo quarantenne medio meridionale moderno. La settimana scorsa mi aveva detto che si sentiva pronta per diventare madre dei miei figli, adesso è tornata a convivere col suo ex.

Cose che capitano, penso mentre spengo il motore per preservarlo dall’inutilità momentanea. Mi sento inutile come lui, e insieme a lui si spegne un pezzo del mio umore.
Mio fratello mi dispensa giornaliere razioni di disfattismo catastrofista, da consumare a rate. Mentre queste rate stanno consumando me.
Ieri mi ha prospettato un nuovo scenario, secondo il quale a breve saremo costretti ad internare i nostri genitori per potere disporre del patrimonio residuo. Io non so bene cosa intendesse per internare. Mia madre è internata a casa da un po’, ma non credo che l’accezione sua fosse questa. Vorrebbe vendere la casa in campagna per autoprodurre il suo disco, che entro cinque anni trionferà a Sanremo. Dice che così diventeremo ricchi e potremo comprarci tutte le case in campagna che vorremo.
Mio padre appena ha sentito questa cosa di Sanremo voleva interdire mio fratello.
Per fortuna ho imparato a gestire i momenti difficili, e anche a gestire lui.
Vado avanti di qualche metro, accompagnato dalla cadenza ossessiva dei tergicristalli.
Per oggi aspetto la risposta su un nuovo lavoro, dove verrebbero finalmente valorizzate le mie qualità e corroborato il mio stipendio. Si tratta dell’esito di un colloquio di lavoro con una società di proprietà dello Stato, svolto qualche mese fa, con esitus interruptus.
Sarebbe una bella svolta della mia vita, potrei cambiare gli ammortizzatori e produrre il disco di mio fratello, così da farmi interdire con lui. La famiglia è sangue del proprio sangue. E la pioggia continua a fottersene.
Adesso il finestrino è sceso, compiendo metà del suo dovere. L’altra metà sarebbe quella di risalire, ma per adesso non se ne parla.
Anche di questo la pioggia se ne fotte. Ed entra.
Mentre armeggio con il vetro, provando a tirarlo su all’antica, mi squilla il cellulare. È il mio amico Luciano, che mi comunicherà certamente buone nuove per il colloquio di lavoro.
Mentre l’acqua entra, i manifestanti rumoreggiano, quello di dietro batte il record di clacson continuato, e un vigile mi guarda e scrive i numeri della mia targa su un taccuino, Luciano mi dice che hanno avuto un’ottima impressione di me, proprio utilizzando queste parole.

Un’ottima impressione.

Ma il momento politico non si presta a nuove assunzioni, lo Stato ha dirottato i fondi necessari per il mio impiego sulla stabilizzazione dei precari, e così resta la soddisfazione dell’ottima impressione e la pioggia di taglio sul maglione.
Ma tanto quella se ne fotte.

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