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Io amo la mia città.
Mi muovo in macchina, ma non mi lamento del traffico.
Se si sta bene con se stessi si sta bene anche col traffico. L’importante è adoperarsi alla bisogna, rendere le ore trascorse insieme a tanti altri simpatici concittadini inscatolati, del tempo utile, proficuo, interessante e divertente.
E in questo modestamente sono un professore.
Intanto ho dotato la mia Punto azzurra di un archivio immenso di cd. Sono in grado di ascoltare musica ininterrottamente per mesi, se ce ne fosse bisogno. Di ogni tipo.
L’altro giorno mentre andavo in palestra e dovevo percorrere tutta la via Notarbartolo, mi sono ascoltato le sinfonie di Schubert.
Tutte e dieci.
Non sono arrivato in tempo in palestra, ovviamente, ma non posso dire di essermi annoiato.
Ma oltre la radio e i cd, che ce li hanno tutti, io ho fatto montare una piccola biblioteca nel portabagagli, con un sistema meccanico che mi fa arrivare il libro che desidero nel mio abitacolo.
Per attraversare Sant’Erasmo mi è stato di grande compagnia Proust. Ho letto tutta La ricerca del tempo perduto, e mai titolo suonò più appropriato.
In via Leonardo da Vinci, mentre stavo leggendo Orgoglio e pregiudizio, mi sono sentito bussare sul vetro del finestrino. Pensavo che la fila si fosse rimessa in movimento, ma mi sembrava strano, di già, al capitolo sesto. Era una signora sui sessanta, distinta. Mi dice che le manca un quarto per un tavolo di burraco. Erano lei, l’uomo della smart, e un ragazzo con una polo. Non la maglietta, la macchina. Abbiamo fatto un tavolo sul mio cofano, e a poco a poco la gente si è avvicinata incuriosita. Alla fine abbiamo fatto un torneo con 12 cofani, con in premio per le prime tre coppie classificate due ruote di scorta, un cd di Gigi d’Alessio e un navigatore donato da un automobilista esasperato, che ha abbandonato l’auto svendendola a pezzi in via Leonardo da Vinci.
Se n’è andato camminando nell’unico spazio libero da macchine, il cantiere per il tram. Dopo una settimana è stato avvistato nei pressi del Forum, povero cristo.
È l’altra faccia dello stress, un approccio olistico e disincantato del caos metropolitano.
Mio cugino si è fidanzato in Via Crispi il mese scorso. Un colpo di fulmine con una trentaseienne disoccupata che aveva preso la macchina per andare a un colloquio di lavoro. Lui la vide piangere disperata e incolonnata e la consolò per un’oretta. Poi chiamò il bar vicino e si fece portare due prosecchi. Dopo quindici giorni convivevano nel monolocale di lei, all’Arenella. Non se ne hanno più notizie, credo li rivedremo quando i lavori stradali saranno terminati, se Dio vorrà.
Poi c’è gente che se ne approfitta. Io capisco che ci si possa annoiare nel traffico, a volte, se non si è organizzati come me. Però mettere i giornali ai finestrini per fare l’amore al Foro Italico mi è sembrato eccessivo. Vedere la macchina sussultare non è un bello spettacolo. Tra l’altro la fila è ripartita, e io non sapevo come fare per farli smettere e camminare. Tutti dietro di me suonavano, ma loro hanno creduto fossero soltanto i suoni tradizionali dell’ingorgo, i richiami erotici tra un automobilista e l’altro. Allora ho provato a tamponarli piano, per smuoverli un po’. Ma loro hanno tratto piacere da questo movimento supplementare e io li sentivo mugolare sempre più forte. Alla fine, visto che avevano tolto marcia e freno a mano, forse nella foga dell’amplesso, li ho spinti fino ad Acqua dei Corsari. Lui alla fine era tutto contento, diceva che trombare con la sua donna era come viaggiare nel tempo.
Poi abbiamo fatto amicizia, ci sentiamo per le feste, ci facciamo un colpo di clacson. Adesso hanno avuto due gemelli, due bimbi bellissimi. Si chiamano Corso e Tukory.
Che tenerezza.

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Palermo, come alcune tradizionali rappresentazioni letterarie raffigurano, è sempre stata un aleidoscopio di avventure bislacche, un brulicante “repertorio dei pazzi”, per dirla con Roberto Alajmo, che rimbalzano affannosamente da una storia all’altra, in cerca di identità perdute, amori non-corrisposti, sghembe fisionomie geo-culturali, gusti insoliti e sentimenti forti. Vite strampalate, scenari divertiti, sull’orlo di una maliziosa leggerezza coinvolgente.

Consapevole forse di ciò, partendo dal suo funambolico scrigno memoriale e servendosi di un raffinato spirito da collezionista, Marco Pomar raccoglie in questo testo una serie di brevi racconti dal sapore quotidiano eppure così pieni di irriverente immaginazione. Da resoconti di vacanze in mari esotici, ad incandescenti liti di quartiere (con tanto di scambio di persona annesso) a sedute psicoanalitiche inconcludenti, a ritratti esemplari di singoli personaggi, passando per annunci mortuari o telefonate amorose interrotte e favole caricaturali, il libro presenta una ricca varietas contenutistica che ricorda molto il significato originario dell’espressione latina satura lanx che designa il genere satirico d’età arcaica.

E proprio simile ad un piatto contenente diverse pietanze dal sapore ora amaro, ora dolce La memoteca di Pomar sembra invitare i lettori ad un assaggio continuo, accompagnando il piacere della stessa lettura con una risata comico-sarcastica (la quale potrebbe scappare tra una pagina e l’altra, o alla fine di ogni singola narrazione) non immune da riflessione. Acini d’uva caduti per caso in una saliera rimasta inavvertitamente aperta, impasti intelligenti di realtà e fantasia: ecco il vero volto di queste storie dai contorni piccanti, ma anche ironici e allusivi. Quasi un ipermoderno taccuino-ricettario la cui forma base è costituita da una novellare fluido e disteso che prende di mira inveterati vizi, facili vittimismi e ingenuità.

Non si tratta tuttavia di lievi apologhi dai quali ricavare una precisa morale o punti di riferimento attuali (e qui veramente la patina ‘identitaria’ siciliana vale ben poco) bensì di quadri a volte paradossali, a volte tragici, che restano aperti e sfumati: “Pensò di chiamare qualcuno, ma non gli venne in mente nessuno. Entrò in un bar, prese un cappuccino e alla cassa vide il giornale con un grosso titolo: ‘Berlusconi: via l’Ici e giù le tasse per tutti. Ecco il mio programma elettorale’ Pagò il cappuccino, lasciò lì il giornale e tornò verso casa, con un vago sentore di vuoto.” (p.98).

La lettura apparentemente svagata di tali scritture (in gran parte dialogate o diaristiche,con sporadici calchi lessicali desunti dal dialetto) induce ancora una volta a ragionare sui nessi ‘memoria-parola’ , ‘immagine-gesto’, così importanti per tanta letteratura nazionale e non solo. Di fronte ai ricordi sgradevoli che si vorrebbero di colpo rimuovere con operazione meccanica dal cervello (come mostra umoristicamente il racconto iniziale, il quale dà il titolo all’intero libro e richiama alla lontana alcune scene di Se mi lasci ti cancello, il film del 2004 di Michel Gondry con Jim Carrey), si resta quasi intontiti, allegri e di sasso. Nello stesso momento, sembra suggerire Pomar, rimaniamo infastiditi e compiaciuti. E un sorriso inatteso ci si stampa in volto.

http://www.giudiziouniversale.it/articolo/libri/pomar-diario-palermitano