racconti

Don Michele stava seduto in una poltrona in pelle marrone scuro. Del tutto fuori luogo per una macelleria.

All’esterno del locale una lunga coda, più per parlare con il Don che per il tritato di secondo taglio. Anche se, una volta entrati, pareva brutto uscire da “Il paradiso della carne” senza almeno una fettina, due callozzi di salsiccia, un involtino panato.

Il don aveva un’età indefinibile che andava dai settanta ai duecentodieci anni. Verosimilmente una media tra le due.

Non si capiva se sentiva ancora e quanto,  l’unica cosa certa era che non parlava.

Oddio, non è che avesse parlato molto nella sua vita. Era tutto un ammiccare, uno scuotere la testa ora verso il basso ora verso l’alto, uno schioccare di lingua, un aggrottare di sopracciglia.

Poi stava all’interlocutore interpretare correttamente, evitando pericolosi fraintendimenti, come quando Paluzzo u’ nico prese un colpo di tosse di Don Michele come un conferma alla richiesta se uccidere il fratello, e dopo fu tardi per recuperare lo sbaglio.

La processione era continua e variopinta: ci stavano grasse signore in attesa di avere un responso dal don sulla fedeltà del proprio marito, giovani disoccupati speranzosi di una buona parola per un lavoro qualsiasi, perdigiorno che cercavano di ottenere pareri sulle partite su cui scommettere il fine settimana. Il codice, rispetto a questi ultimi vaticini, era universalmente conosciuto: vittoria della squadra di casa chiusura di entrambi gli occhi, vittoria esterna innalzamento delle sopracciglia e testa all’indietro, pareggio smorfia con la bocca. Pareggio con gol smorfia con bocca e naso arricciato.

Quando qualcuno giocava grosse somme su una bolletta e la perdeva per un gol al novantesimo, se mai avesse osato protestare con il Don, si beccava una boffa in faccia di Pino u’ fetenzia, l’attendente del boss.

Don Michele esercitava da decenni il suo potere nel quartiere, con la forza della parola non detta, con gesti delle mani tanto lenti quanto definitivi.

Ma lo scorrere delle stagioni non risponde a logiche di connivenza, e il tempo non ha rispetto di nessun boss, così che il degrado divenne sempre più evidente. La fila era meno numerosa, il don meno reattivo, le polpette meno saporite.

Fino a quando, un triste giorno, Don Michele passò a peggior vita, che migliore di quella da ossequiato, potente e prepotente sarebbe stato difficile. Veglie funebri, commenti social di elogio della statura morale e umana del personaggio, qualche vigliacco che voltò le spalle alla salma dopo averlo ampiamente ricoperto di saliva in vita.

L’assenza di un successore all’altezza, però, fece sì che la morte di Don Michele non potesse essere assorbita con disinvoltura. Si stabilì di imbalsamare la vecchia carcassa, che, a ben pensarci, pareva imbalsamata da un bel po’,  non sarebbe cambiato poi tanto.

E in effetti, vuoi per paura di ritorsioni della cricca mafiosa ancora in auge, vuoi per la cieca devozione del popolo bue, la fila si riformò come prima, scommettitori di partite compresi.

Gente che, con indomito sprezzo del ridicolo, si presentava davanti a una mummia a chiedere se la Juventus avrebbe battuto l’Inter e con quanti gol di scarto.

La pantomima andò avanti per qualche mese, fino a quando Pino u’ fetenzia conquistò la fiducia del mandamento, e il potere assoluto.

Eppure ancora oggi, a distanza di dodici anni, se vi capita di passare  da “Il paradiso della carne” è facile imbattervi in un balordo, un ubriacone, una cicciona, che domandano a una specie di cartonato malmesso: “Baciamo le mani, don. Ma secondo lei che fa, il Napoli ci vince a Milano?”

 

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  • Buongiorno signore. Vuole post?
  • Buongiorno vado di fretta, mi perdoni.
  • Un momento solo, signore. Un post, anche piccolo, un posticino?
  • Ma di che post parla?
  • Di tutti i tipi. Post brevi, quelli che vanno per la maggiore, un post medio, un post lungo ma bello. Ho anche foto, sa’?
  • Che foto?, non la seguo…
  • Tramonti, gatti, tre amiche con la birra in riva al mare, quello che vuole lei.
  • Ma amiche di chi?
  • Amiche bone, non importa di chi. Almeno duecento like garantiti. Se non li prende non me la paga.
  • Ma sta cosa che i post si pagano non l’avevo mai sentita.
  • Si, ma io le garantisco il servizio soddisfatto o rimborsato, signore.
  • Si, immagino.
  • E immagina bene. Guardi, mi sono arrivati freschi freschi i post su Paolo Villaggio. Ne ho di tutti i tipi: ironici, col gioco di parole, commemorativi, ipocriti…
  • Ma come freschi? Ormai sono superati.
  • Bravo, vedo che lei è un esperto di fb. Per lei allora ho dei post futuristi. Non può perderli.
  • Post futuristi? Ma che è, una corrente artistica nuova?
  • No, sono i commenti sulla morte di personaggi famosi ancora vivi.
  • Ma lei è un mostro!
  • Ma vuole mettere? Appena schiatta un politico, un attore, un personaggio famoso magari già in là con gli anni, lei sarà il primo. Guardi, ho post di tutti i tipi su Giorgio Napolitano.
  • Ma quello non muore facilmente!
  • A me lo dice! Ce li ho da anni, stanno scadendo. I primi addirittura sono da presidente della camera.
  • E che se ne fa ormai?
  • Li aggiorno periodicamente. Ne abbiamo di quelli elogiativi, ma ne tengo pochissimi, quelli critici, quelli feroci, e quelli proprio offensivi, che vanno alla grande per adesso.
  • Senta, quando muore ne riparliamo…
  • Eh, ma poi vanno via come il pane. Lei invece lo prende, lo mette da parte e poi se lo trova bello e pubblicabile. Guardi questo: “Onore a un uomo che non ha mai piegato la schiena di fronte alle avversità!”. Questo addirittura lo può usare pure per Bossi.
  • No, per Bossi no, la prego!
  • Faccia lei. Comunque se le interessa ho anche articoli più generici. Tipo i post indignati contro la massa in generale in occasione di un lutto.
  • Tipo?
  • Guardi questo: “No, ma mettetene un altro poco di frasi su Vasco Rossi, mi sta piacendo!”, oppure: “Tutti lì a commemorare Rodotà, e nessuno che abbia mai visto un suo film!”
  • Ma quali film? Rodotà era un professore…
  • E nel caso la sgamano può sempre dire: “No, ne ha fatti due, io li ho visti!”. Tanto chi viene a indagare?
  • Senta, a me sta cosa dei post che diventano pre, non mi piace per nulla.
  • Amico mio, ma secondo lei la gente ha il tempo di informarsi su tutto, di indignarsi con cognizione di causa, di studiare bene un quesito referendario? Di mandarsi a cacare per cause giuste? No, ovviamente. Per questo ci siamo noi, per sparare sentenze su tutto e tutti in ogni momento, limitando le minchiate la minimo. E con una spesa irrisoria. Altrimenti chiudiamo facebook e torniamo alle tribune politiche con Zatterin, è questo che vuole?
  • No, per carità.
  • E allora la finisca, si compri il suo post già bello e pronto, e andiamo a casa.
  • Che le devo dire? Ha qualcosa sulle nozze gay?
  • No, quella è roba vecchia, non li trova nemmeno nelle bancarelle. Però ho qualcosa di più interessante…
  • Sentiamo.
  • Post sul risultato delle prossime elezioni politiche.
  • E lei sa il risultato?
  • No, ne prende uno con la vittoria di un blocco, e uno con la vittoria di un altro. Qui c’è questo: “Finalmente l’Italia ha detto basta al renzismo! Si volta pagina.”, e quest’altro: “Finalmente l’Italia ha detto basta al grillismo! Si volta pagina.” Li prenda, le faccio un prezzone.
  • E se vince Berlusconi?
  • In quel caso sono cazzi!
  • Ma li posso personalizzare un minimo?
  • Se li vuole aperti costano un tantino di più. Ma si può fare.
  • D’accordo. Me li dia. E ci metta pure un paio di Napolitano, non si sa mai.
  • Bravo, lo vede che ha capito?
  • Non vorrei restare senza post.
  • Tutto cinquanta euro. Perché è lei.
  • Mi sa che mi convenivano un paio di gattini. Vabbè, arrivederci.
  • Il gattino glielo omaggio io. Non si sa mai, dovesse campare ancora tanto Napolitano…

misuratore

Gianni il suo lavoro di Misuramore lo sapeva fare. E lo amava.
Ci metteva passione, cura, e, quel che più importava, altruismo.
Molti andavano da lui, coppie in crisi, amanti dubbiosi, innamorati insicuri, mariti perplessi, single speranzosi.
Ciascuno con i propri interrogativi, in attesa di una risposta all’altezza.

– Maestro Gianni, non so se la mia donna mi ama. Dicono che lei sia in grado di determinarlo con esattezza. Mi aiuti, la prego.
– O stolto amico, e tu pensi che io millanti risposte esaurienti con la facilità di un ciarlatano? Per chi mi hai preso, per Paolo Fox?
– Non mi permetterei mai, maestro. Mi dica cosa occorre e io provvedo.

Questo perché Gianni non era un Misuramore qualsiasi.
Come un accorto chimico aveva bisogno dei suoi ingredienti, dell’esatta quantità di comportamenti e atti, prima di pronunciare la sua indiscutibile sentenza.
Pare che i Misuramori come lui fossero non più di sei o sette al mondo, e certamente Gianni era tra i migliori.

– Sono preoccupato, maestro Gianni. Mia moglie non è più quella di prima.
– Cucina senza amore? Non sente la tua mancanza? Preferisce la canasta con le amiche a una cena con te? Fate l’amore con la stessa frequenza con cui vince il Palermo?
– Magari, maestro. Cucino io, mi cerca e sente la mia mancanza con la stessa frequenza con cui vince il Palermo, e facciamo l’amore a ogni cambio di papa.
– Le tue perplessità sono legittime, figliolo. Vedo un calo del livello amorale dall’ultima volta che sei venuto.

Ma Gianni non era una sorta di investigatore da strapazzo. Dava il meglio sui dubbi degli stessi soggetti che andavano a trovarlo.

– Maestro, io amo Carlotta. Da anni.
– Non farmi perdere tempo, babbeo. Se sei qui qualcosa ti rode. Cosa c’è oltre Carlotta?
– Ecco, mi capita a volte di desiderare altre donne…
– A volte, figliolo? Sincerità.
– Sovente, maestro Gianni.
– Non basta. Pensi a Carlotta e la vuoi accanto a te quando non c’è? Senti l’odore del suo collo anche quando non l’hai accanto? La immagini mentre sei a letto con un’altra?
– Non vado a letto con altre, maestro.
– E questo è già qualcosa. Ma dimmi se gioisci per i suoi successi, se temi per la sua incolumità, se ti immagini di invecchiarle vicino, se ridete come due scemi sotto le coperte, se le prepari risotti come i primi mesi, se la ascolti mentre ti racconta di sua madre durante la partita di champions…
– Quello sempre, maestro.
– Il livello è ancora buono, allora. Qualche desiderio di tette diverse non significa nulla. Anche i tuoi ormoni vogliono sognare.

Il Misuramore Gianni percepiva ogni calo di interesse, coglieva la differenza tra una crisi e una rottura, era in grado di riconoscere prima di tutti il significato di uno sguardo tra due persone, distingueva con chiarezza infatuazione e amore, arrapamento e amore, attrazione carismatica e amore.

Purchè fossero gli altri.
Quando si innamorò della sua insegnante di pilates, ebbe inizio la sua parabola discendente. Non riuscendo a quantificare la portata del suo sentimento, perse sicurezza, fiducia in se stesso e nei suoi responsi, che cominciarono a vacillare.

– Maestro, ho visto la mia fidanzata sorridere col suo smartphone. Ho paura che abbia un altro, lei cosa pensa?
– Così dici? Ma pure la mia ogni tanto sorride con lo smartphone. Allora mi devo preoccupare?
– Ma il guru è lei, io che ne so?
– E parliamone, figliolo. Mi stai facendo venire dei dubbi…
– Intanto allora mi ridia i miei 200 euro, e poi chiacchieriamo.

In breve perse la sua fama, il suo ruolo di maestro, le sue capacità di grande Misuramore.

Adesso convive felice con la sua insegnante di pilates e con la paura di perderla.

me-stesso

Caro futuro me,

ho appena saputo di una nuova tendenza degli “youtuber”, ovvero quella di mandare una video lettera a sé stessi nel futuro. Certo, loro hanno un’età media di 20 anni, e tu rischi di non leggere mai questa lettera, e mentre scrivo fatico a tenere le mani sulla tastiera, per pura scaramanzia.

Io non la recito, ma te la scrivo, qualora non ricordassi, tra un tot di anni, che ti dilettavi a scrivere con discreti risultati.

Purtroppo il boom di internet, dei blog e dei social, ti ha sorpreso quando eri già adulto, altrimenti, lo dico senza che ci sia rischio di controprova, avresti avuto una bella carriera come autore, scrittore, umorista.

Comunque ti ricordo che non ti sei mai lamentato, consapevole che c’è sempre un destino parallelo peggiore, giusto per non vivere nello scomodo ruolo del rimuginante. E poi c’è tempo…

Certo, più che scrivere io una lettera a te, sarebbe stato carino che lo facessi tu, giusto per dirmi cosa sto sbagliando e cosa no. Se la strada intrapresa è giusta, cosa mi fa perdere tempo e cosa meriterebbe maggiore attenzione e impegno. Ma tu non ti degni, dall’alto della tua anzianità, di darmi notizie, e io devo sbrigarmela da solo.

Grazie davvero, eh?

Vabbè, io ti posso dire di continuare così, di selezionare sempre, di scegliere ciò che ti sembra bello, che ti fa stare bene, crescere, divertire.  Stai con chi sorridi, guarda occhi pieni di cose, stringi mani morbide, bacia con generosa parsimonia.

Se sarai un anziano felice, vorrà dire che io ho fatto tutto questo, e non vedo ragioni perché tu non debba fare altrettanto.

Allora meglio dirti cosa non dovresti fare: non smettere di fare sport, che io sto pagando due anni di pigrizia, non cominciare a fumare, non avere le mani bucate, non litigare sui social.

E  questo è facile: basta non parlare mai di calcio, dei grillini, di Renzi, dei vegani (ci sono ancora i vegani da voi?) e degli animalisti. Poi arriverà ugualmente il cretino a dirti cosa avresti dovuto pensare, ma quello può scivolarti come acqua su piume d’oca.

Mi verrebbe di chiederti un sacco di cose, ma mi ignoreresti come hai fatto finora.

Sei single o c’è qualcuno accanto a te? La Roma ha vinto un cazzo di scudetto? Dimmi che è scoppiata un’altra calciopoli e la juve è di nuovo in B! Zamparini ha venduto il Palermo? Di Maio è ancora presidente del consiglio?

Ahahaha, scherzavo, non dirmi che ci sei cascato.

Non lo è, almeno ancora.

Vorrei avessi imparato a vivere al cento per cento, o magari al novanta, va bene uguale. Perché sai, la vita è puzzona, e raramente concede seconde possibilità.

Dimmi se hai scritto un romanzo, se scrivi per il teatro o la tv, se esiste ancora Porta a porta, se hanno inventato un nuovo tipo di carbonara, o se magari ti sei ritirato in campagna a coltivare fave.

Che poi sarebbe curioso, visto che le fave non ti sono mai piaciute.

Lo vedi?, continuo a farti domande inutili, invece di dirti cosa fare, come vivere, cosa evitare.

Ma poi chi sono io per dirti cosa fare nel futuro?

Gli errori sono il nostro pane quotidiano, e l’esperienza non è altro che il nome che diamo a nuovi sbagli.

Fai ciò che credi, e continua così.

Amo i tuoi difetti.

Ma non te ne approfittare, però.

Ci si vede, a tra un bel po’.

Tuo

Te

padre-e-figlio-tramonto

Caro figlio,

in tempi di fertility day, visto che non ti ho messo al mondo, il minimo che io possa fare è scriverti una lettera aperta.

Devo chiederti perdono.

A causa mia non conoscerai Renzi, il movimento 5 stelle, i leghisti razzisti, i punti del Pil che non si capisce se scendono o salgono, lo spread, l’Isis, l’Imu, l’Irpef.

E chissà quante altre cose, non tutte negative, per fortuna.

Non avercela con me, è andata così, magari sei nato lo stesso con un altro padre, forse è così che funziona. Forse c’è una fila di bambini che devono nascere, che servono a ripopolare il mondo come Lorenzin vuole, e vengono fuori da uteri disponibili. Se non c’è uno, vai subito con un altro.

Se è così avrei meno sensi di colpa, la mia scelta riguarderebbe soltanto me, e purtroppo anche chi mi è stata accanto, ma la tua opportunità nel mondo è salvaguardata.

Si, perché sai, caro figlio senza nome, io non me la sono sentita. Dammi del vigliacco, dammi dell’irresponsabile, dammi dell’egoista, ma non me la sono sentita.

E chissà che invece la scelta non sia proprio coraggiosa, responsabile, altruista.

Ma su questo non c’è risposta. Mi resta di giocare con l’immaginazione, e pensare che potevi venire fuori bambino viziato e prepotente, o un’adolescente matura, donna sensibile e generosa, dirigente d’azienda e padre eccellente, sportivo appassionato e marito mediocre.

Non so definire nemmeno me stesso, figlio, non chiedermi di farlo con te che non esisti.

E che non conoscerai il dolore, i momenti di angoscia, la solitudine e la paura del nulla, i dubbi sulla vita e sull’immensità, gli incubi e la sfiducia nel prossimo.

Come vedi continuo, con pretesti ignobili, a giustificare la mia scelta, a farne un fatto di maturità, a trovarci i lati positivi. Sai cos’è?, non sopporto il concetto astratto che solo un figlio faccia di noi una persona migliore, compiuta, che lascia qualcosa alle generazioni successive, che ha compiuto il proprio dovere riproduttivo, magari con due esseri umani, giusto per salvaguardare la crescita zero.

Non ci sto, io sono così, con pregi e difetti, e conosco padri pessimi e single meravigliosi, come è normale che sia. Non ho il senso di paternità, non ho le spalle abbastanza larghe per stare sveglio terrorizzato la notte quando avresti fatto tardi con gli amici, non ho risorse sufficienti per garantirti una vita senza troppe rinunce. Che poi, magari, i fatti mi avrebbero anche potuto smentire clamorosamente, e sarei stato un discreto padre, mi sarei sentito un uomo migliore.

Ma non ho voluto provare; tu, figlio, non meritavi di essere un esperimento, una prova per misurare il mio grado di maturità potenziale.

Forse ho avuto genitori così bravi da non volermi paragonare a loro, o forse mi sono sentito un figlio talmente in gamba da non volerti fornire subito un paragone ingombrante. Adesso le teorie psicanalitiche potrebbero valere tutte, è un esercizio sterile e anche inutile.

Il fatto è che tu non ci sei, e io ho altro, non me ne volere.

Lascio il compito di genitore a chi sa farlo, o pensa di poterlo fare, senza alcun giudizio e senza supponenza, casomai solo ammirazione.

Un uomo, o una donna, è compiuto se è felice, se sa godere delle piccole e grandi gioie, se fa quello che gli piace, se si sente in continuo mutamento, se cresce e non invecchia, se impara e non dà lezioni, se ascolta e sa sorridere, se è curioso e sa sperimentare, se è in grado di provare empatia, mettendosi nei panni altrui.

Anche in quelli di un genitore che non sarà mai.

Ciao figlio, restiamo così.

Senza rancore.

Il tuo mancato papà.

supermercato

  • Buongiorno signor Pomar, la tessera Coop?
  • Eccola.
  • Ah, vedo che è tornata sua nipote a trovarla, ha preso lo yogurt al mirtillo…
  • Eh, si.
  • Ah, ma non vedo i biscotti regina. Mi dispiace, significa che si è lasciata col vecchio fidanzato. Peccato, mi piaceva tanto.
  • Ma se non l’ha mai visto!?
  • Non importa, signor Pomar. Io dai prodotti che consuma riesco a farmi un quadro completo della persona. Lei, per esempio non me la conta giusta…
  • No, io non gliela conto proprio, signorina. E avrei una certa fretta…
  • Cosa sono queste gallette di riso? Mi deve dire niente? Eh? Eh? Eh?
  • Eh cosa? Me le ha consigliate la mia dietologa!
  • Ma la finisca. La coop è come una famiglia per il cliente. Me lo dica tranquillamente che è tornata la signorina Patrizia. A me faceva simpatia la biondina…
  • Ma non è bionda affatto!
  • Però ne parla al presente, significa che è tornata. A me non si può nascondere nulla, lo vedo anche dalle uova biologiche. Quando vive da solo va avanti a pizza surgelata, signor Pomar!
  • Va bè, possiamo andare avanti? E magari abbassare la voce?
  • Oooooo….
  • Cosa c’è adesso?
  • Ma cosa vedo? I troccoletti del Mulino Bianco tanto amati dalla signorina Cinzia! C’è una certa folla a casa sua, o alterniamo le visite, signor Pomar?
  • Ma cosa dice? Ma i cazzi suoi mai?
  • No, però questo non glielo permetto.
  • Ma cosa?
  • Vada a posare subito la soia, lei la detesta la soia, signor Pomar.
  • Ma non è per me…
  • E lo so bene che non è per lei! Per questo la deve riporre nello scaffale. Ascoltate tutti: mettetevi in fila nella cassa 2, il signor Pomar oggi perde del tempo…
  • Ma stia zitta, che mi conoscono…
  • …Sapete ha preso la salsa di soia, significa che quella serpe della signora Teresa vuole rimettere il cappello. Come se non bastasse il male che le ha fatto! Sta stronza.
  • Ma no. Ho una cena con degli amici buddisti taoisti veganisti fanatisti, non c’entra Teresa, mi creda.
  • E io mi dovrei fidare di lei? Dopo che il mese scorso ha provato a prendere gli spaghetti di riso quando non era il mio turno! Cosa crede, che la mia collega Antonella non viene a raccontarmi tutto? Teresa c’entra eccome. Quella punta ai suoi soldi, mi creda.
  • Ma se è molto più ricca di me!
  • E quelle proprio così li fanno i soldi, mi creda.
  • Ma quelle chi?
  • Mi dia retta. Posi la salsa di soia. Poi glielo spiego bene.
  • E va bè, la storni.
  • No, non l’ho battuta. Ci mancherebbe altro. E non la dia al cliente successivo, che la volta scorsa me ne sono accorto. Almeno fate lo scambio lontano da qui.
  • Non lo faccio più, lo giuro.
  • Fanno trentasette e venti.
  • Soia esclusa?
  • Che faccio segno? Magari li metto in conto alla signora Teresa?
  • Ma lasci stare, ecco i soldi.
  • Grazie, e arrivederci, signor Pomar. Si comporti bene, mi raccomando.
  • Sarà fatto, stia bene.
  • Oh, guarda chi c’è in fondo alla fila, il signor Lo Russo. Adesso vediamo se la vedova Galletti vive ancora a casa sua…

La coop sei tu, chi può darti di più?

pezzi

All’inizio quasi non gli diede importanza. Perse qualche pelo, un sopracciglio, l’unghia del ditino del piede, cose così.

Per stress succede, si disse, e fece in modo di non stressarsi troppo.

Una mattina si svegliò senza il mignolo della mano sinistra, e lì si allarmò un pochino:

  • Cara, mi devi aiutare! Ho perso il mignolo.
  • Sei il solito distratto. Hai visto nel secondo cassetto della scrivania?
  • Non hai capito, non ho più il dito, non c’è proprio!
  • Devo venire io? Lo sai che poi lo trovo…

Ci sono cose a cui un uomo può rinunciare, altre meno.

Passi per i capelli, un dito, due, qualche pezzo di pelle, ma giunti al naso, Ermete si spaventò alquanto. Telefonò al suo medico alle sette e mezza di mattina, non poteva attendere oltre:

  • Dottore, mi deve aiutare.
  • Eh, la sento. Che brutto raffreddore. Si prenda dell’Aspirina e vitamina C, e se non passa andiamo all’antibiotico.
  • No, dottore, la faccenda è un poco più grave. Non ho più il naso.
  • Allora metta anche delle gocce decongestionanti. Succede di non sentire più il naso, in questi casi.
  • Ma io non ce l’ho più. L’ho trovato sul cuscino. Se vuole glielo porto.

Alla fine il dottore si convinse a visitarlo con maggiore attenzione. Ermete indossò una sciarpa fino agli occhi, benché fosse Giugno, e andò immediatamente dal suo medico, con il naso in una scatola delle scarpe.

  • Dottore, mi dica la verità, sto per morire? Perdo i pezzi, qualcosa ogni giorno.
  • Ma no, lei non morirà. La sua è una sindrome rara ma esistente. Si chiama Sindrome di Frangini, dal nome dello scopritore, un ricercatore che perdeva tutte cose, o più volgarmente La malattia del distratto.
  • Ma è terribile, dottore. E che devo fare?
  • Stia più attento, amico mio.
  • Lei scherza, ma io non dormo più, dal terrore che mi svegli senza qualcosa.
  • Stia tranquillo. La sindrome in questione non è grave. Non si dimostri uno attaccato alle cose. Anche perché sono le cose che si staccano da lei.
  • Ho bisogno di un secondo parere.
  • Le do il numero del dottore Marsullo.
  • E chi è?
  • Un mio amico, specializzato in secondi pareri. Lo chiami quando vuole.

Ermete era avvilito. La moglie minimizzava. Appena lo vide senza naso dapprima nemmeno lo notò, poi gli consigliò di cambiare la foto profilo su facebook.

Lui continuò a perdere pezzi.

Un giorno il gomito, un altro una chiappa, un piede, un orecchio.

Si consolò pensando che finora aveva perduto solo cose di cui ne aveva un’altra, e sperò di non perdere nessun pezzo unico.

Chiamò con grandi speranze il dottor Marsullo.

  • Buongiorno, qui Marsullo, secondoparerista, come posso esserle utile.
  • Vorrei un secondo parere.
  • Ha chiamato alla persona giusta, mi dica.
  • Guardi, io perdo i pezzi.
  • Sindrome di Frangini?
  • No, questo è il primo parere.
  • A volte coincidono, amico mio. Lei dovrebbe fare una cura di Attacchin forte, per almeno due settimane, e vedere se risolviamo il problema.
  • Ma l’Attacchin l’ho già provato. Non si può avere un terzo parere?
  • Guardi, i terzopareristi ormai sono tutti in pensione e qualcuno in galera.
  • Come in galera?
  • Si, per compiacere i pazienti davano pareri positivi a malati incurabili. Non vorrà mica mettere nei guai un collega anche lei?
  • Non mi permetterei mai.

Le settimane passavano, e di Ermete restava sempre meno.

In compenso si trovavano sue parti del corpo in tutta la casa. Un polso dentro la credenza, un occhio nella mensola della cucina, un piede nel mobiletto del bagno.

  • Io questo tuo disordine non lo sopporto più. Ieri nel ragù mi è finito il tuo pollice, ti sembra normale?
  • Ma cara, io sto male e tu mi rimproveri?
  • Ancora con sta storia che stai male? Ma non lo capisci che non hai niente?
  • Veramente qualcosa ce l’ho. Anche se ancora per poco, forse…
  • Non ti fidi nemmeno del secondoparerista. Se non hai fiducia nella medicina come puoi pensare di guarire? Non ci pensare e vedi di aiutarmi a sistemare il mobile della camera da letto, ho bisogno di una mano.
  • Ma ne ho una soltanto…
  • Mi basta.
  • Non ce la faccio, mi sento a pezzi.
  • Ogni scusa è buona, lo sapevo!

A poco a poco la sindrome si attenuò, e Ermete perse sempre meno pezzi. Ma forse soltanto perché ne restavano pochi.

Un giorno si ruppe definitivamente la palla e decise di farla finita.

Per sua sfortuna non ci riuscì, ormai era senza mani, e anche suicidarsi non era semplice.

Con fatica fece un fagottino con le sue parti cadute, e andò via di casa, lasciando un pezzo di cuore in quella che una volta era stata una bella storia.

E che lo aveva lasciato a pezzi.

età mentale

– Buongiorno, devo rinnovare la carta d’identità.
– Buongiorno a lei. Cognome e nome.
– Pomar Marco.
– Data di nascita?
– 14.11.1965
– Età dichiarata?
– Cos’è, non sa fare i conti?
– Amico mio, qui le domande le faccio io. Età dichiarata?
– Che vuol dire età dichiarata? Ne ho cinquanta. Purtroppo.
– Perché purtroppo? Ne vuole dichiarare qualcuno in meno?
– Ma che è, il 7 e 40?
– Lei continua con le domande, signore. Mi dà almeno una risposta?
– Se lei mi fa capire, con piacere.
– Egregio signore, che fa, non li legge i giornali? Adesso nel documento va inserita anche l’età dichiarata. Io, per farle un esempio, ne ho sessantadue, e nell’età dichiarata ho messo cinquanta. Ha capito?
– No.
– Ma lei è davvero duro. Mi sa che mettiamo dodici, se continua così.
– Ma dodici cosa?
– Signore mio, lei quanti anni si sente? Sia sincero, altrimenti le arriva la verifica a casa.
– Mah, non so… Diciamo che mi piacerebbe averne qualcuno in meno…
– Eh si! E io vorrei essere George Clooney. Cosa c’entra?
– Senta, non mi rimproveri. Lo faceva mia mamma quando ero piccolo, non l’ho mai superato…
– Ecco, questo è un altro dato. Io metterei dodici.
– No, che dodici. Io metterei trentasei, che ne dice?
– E che ne dico, signor Pomar? Non ci siamo: non deve farmi contento sparando una cifra. L’età dichiarata è come la temperatura percepita. Lei sente caldo?
– Non mi dica niente, non ce la faccio più.
– Ecco, vede? Perché la temperatura percepita è di 38, mentre ne abbiamo appena 29.
– Allora metta 38 e andiamo avanti.
– Se lo desidera esiste un piccolo questionario che aiuta a definire l’età percepita. Che dice, procedo?
– E proceda…
– Legge fumetti, vede cartoni animati, le piace il formaggino Mio?
– Due si e un no.
– Sogna spesso gli esami di maturità?
– Si. Ogni settimana.
– Ahi.
– Ahi cosa, scusi?
– Eh niente. Andiamo avanti. Segue il calcio?
– Si.
– È tifoso di qualche squadra?
– Si. La Roma.
– È sicuro di non tifare per la Juve?
– È una delle poche certezze della vita.
– Strano. Comunque…
– Ma strano che? Ma che questionario è?
– È sposato?
– No.
– Ha figli?
– No.
– Ahia!
– Ancora co sto Ahia!? La vuole smettere di farmi preoccupare?
– Prende sempre lo stesso gusto di gelato, da quando era piccolo?
– Si. Come lo sa?
– Ahia!
– E basta!
– Peppa pig?
– Peppa pig cosa?
– Le piace?
– No.
– Strano. Meno male. Tipo di film preferiti?
– Mah, non so. Commedia?
– Con finale triste o lieto fine?
– Rigorosamente lieto fine!
– Ahia! Lo sapevo.
– Ma che sapeva, scusi?
– Lasci stare. Sa riparare un rubinetto, montare una mensola, usare il trapano?
– No.
– E vabbè, allora lo dica!
– Ma che devo dire? Sono venuto alla delegazione o dall’analista?
– Senta, io non posso mettere più di 17.
– 17 anni? Ed è grave?
– Grave no. Ieri al signor Manetti ho messo 8 anni, si figuri!
– Ma scusi, addetto, non possiamo far 18? Almeno non devo rifare gli esami di maturità!
– Ecco, se continua devo scendere a 13.
– Che le devo dire? Metta quello che vuole. Anche se non ho capito a che serve.
– Serve. Quando qualcuno guarderà i suoi documenti, saprà che lei ha 17 anni di età percepita. Che dentro quel corpo appesantito di cinquanta anni, si nasconde un diciassettenne, con tutto quello che ne consegue…
– Appesantita sarà sua sorella. Ma qualcuno chi, poi?
– E che ne so? Un carabiniere, una donna, un datore di lavoro, un assicuratore, un cucciolo di labrador…
– Guardi che io non mi sento per nulla un diciassettenne. A quell’età avevo paura del mondo, adesso ho paura che finisca, avevo grandi aspettative, ora ho imparato a desiderare quello che posso avere…
– Questa non è maturità, signore, è rassegnazione. È diverso.
– Senta, ma se questa età aumenta, nei mesi, posso cambiarla?
– Ecco, tipica domanda da diciassettenne. No, signore, al prossimo rinnovo, verificheremo la sua rinnovata maturità. Tenga la nuova carta.
– Gentilissimo. Grazie.
– Prenda, le regalo due caramelle mou.
– Non mi piacciono le mou. Non avrebbe quelle che frizzano?
– No, mi spiace. Sono dodici euro e venti.
– Ecco, li conti.
– Ma che fa? Sono tutte monete.
– Si, ho rotto il salvadanaio. Ma le ho contate sono giuste giuste!
– D’accordo. Mi fido. Arrivederci. E stia attento quando attraversa la strada.
– Si. Lei è molto buono, signore.
– Arrivederci.
– Ciao signore.

recupero-cellulare-dimenticato

Il cellulare è da anni un oggetto indispensabile, una specie di propaggine umana, compagno fedele delle nostre giornate.

Così, un po’ per sfida, un po’ per pigrizia, quando mi accorsi, l’altro giorno, di averlo dimenticato sotto carica, non tornai a casa a prenderlo.

Che se ne stesse mezza giornata per i fatti suoi, e mi lasciasse libero di guardare il cielo mentre passeggiavo, la strada mentre guidavo, le tette delle ragazze mentre parlavo con loro.

Non mi avrebbe liberato dalla schiavitù dello smartphone, ma almeno avrei dimostrato a me stesso di poterne fare a meno per qualche ora.

Dopo mezz’ora mi chiedevo cosa avrebbe potuto pensare Laura se non avessi risposto ai suoi wattsapp, e cosa sarebbe successo se il mio editore avesse deciso di contattarmi giusto adesso. E quelli della rivista on line, se mi avessero chiamato proprio ora per darmi i soldi che mi devono?

E sti cazzi!, avrebbero richiamato.

Fatto sta che Laura mi chiamò giusto mezz’ora dopo che ero uscito da casa, e non ottenendo risposta mi telefonò altre ottantanove volte, ogni venti secondi circa.

Non risposi nemmeno, ovviamente, ai suoi sms, messenger, wattsapp e mail, visto che la mia vita comunicativa per quel giorno stava attaccata alla presa del salotto.

Leggermente allarmata, Laura telefonò a mio fratello prima e a mio cugino poi, i quali prima la tranquillizzarono, poi si agitarono per conto loro, visto che, inutile dirlo, non rispondevo neppure alle loro chiamate.

Laura venne allora a casa mia, e provò insistentemente a ottenere un risultato migliore attraverso il citofono.

Solo che, se uno non è a casa, non è in condizioni di rispondere, da quando l’uomo inventò il citofono.

In breve si venne a creare uno di quegli effetti panico a valanga, dove la palla di neve rotolando assume dimensioni esagerate.

Mio fratello chiamò i pompieri, Laura la protezione civile, mio cugino, sempre ottimista, il prete per l’estrema unzione, il mio vicino di casa le tv locali per l’esclusiva della scoperta del cadavere, sperando di ottenere qualcosa in termini di denaro e popolarità.

“Era un brav’uomo, salutava sempre!”

“Io avevo sentito un odore forte, ma pensavo fossero i broccoli bolliti della signora del secondo piano!”

Lo squillo a vuoto del mio telefono che sentivano da fuori la mia porta, confermava la prospettiva di trovarmi accasciato a terra in una pozza di sangue, con i lineamenti contorti e gli occhi sbarrati.

Non appena tornai a casa pensai che avessero finalmente arrestato l’assessore Santamonica, che abitava al terzo piano, per lo spiegamento di polizia, forze dell’ordine, giornalisti, televisioni, curiosi, disoccupati, pensionati e perditempo.

  • Scusi, mi fa passare?
  • Non si può, è tutto bloccato.
  • Ma io devo andare a casa. Probabilmente si stanno preoccupando, sa, ho scordato il telefonino e…
  • Senta, c’è un cadavere, dobbiamo aspettare la scientifica, che vuole che ci importi del suo telefonino? Ci lasci lavorare, per favore!
  • Ma chi è morto?
  • Mah, sembra uno scrittore che abitava qui, si è suicidato.

Non ci fu verso di convincerli. Arrivavano le voci più disparate: c’era chi diceva che avevano sequestrato un uomo, e che il sequestratore aveva chiesto un riscatto e un elicottero per fuggire, un altro raccontava di una sparatoria con otto morti di cui ancora non si conoscevano le generalità.

Mentre aspettavo che qualcosa o qualcuno mi consentisse di tornare a casa mia, cominciò a circolare pure il mio nome. Il signor Pomar, quello del primo piano, era stato trovato morto, dopo un mese, in stato avanzato di decomposizione.

  • Ma Pomar sono io!
  • Cosa dice? Lei non è in decomposizione!
  • La ringrazio. Forse un poco appesantito, ma sto bene.
  • Ma è sicuro di essere il signor Pomar?
  • Lei pensa che se non lo fossi mi farei passare per me? A che scopo?
  • In effetti…

Alla fine mi fecero parlare con un commissario, che si convinse della mia identità dopo averla letta sui documenti, e me la cavai con una denuncia per procurato allarme.

Mi presi cazziate da Laura (“Sei il solito deficiente! Guarda che casino hai combinato!”), che non mi parlò per una settimana, da mio fratello, dal prete amico di mio cugino, che si rifiutò perfino di benedirmi, dal mio vicino di casa, che scrisse Suca sulla fiancata della mia punto.

Da allora non lascio più il telefono a casa.

Ho capito che non siamo noi che non possiamo farne a meno, sono gli altri!

 

condominio

Il mio è un condominio di gran lusso.

È così di lusso e ben frequentato che non so bene cos’è che ci faccio io.

Al secondo piano ci vive l’assessore Scapparelli, al terzo il presidente dell’Ente Autonomo Regionale Grandi Eventi (EARGA), onorevole Paterna, nella scala B un costruttore milionario proprietario di mezzo palazzo, e all’ammezzato la contessa Dupont, francese, che vive sei mesi a Lione e sei mesi qui.

Roba che se dimentica lo yogurt prima di partire per l’altra casa, i fermenti lattici organizzano le feste nella casa vuota.

Io li conosco poco, buongiorno e buonasera, come si fa in Italia anche coi serial killer.

Ogni tanto qualche riunione di condominio, in case super lusso dove un soprammobile costa quanto la mia cucina arte povera.

L’ultima volta una signora che non conoscevo ha lungamente protestato per le spese di giardinaggio, proponendo un suo giardiniere, per risparmiare dieci euro al mese. Diviso venti condomini.

Ho poi capito che la signora era la moglie del costruttore. Gente che paga la prima rata dell’Imu con quello che io guadagno in quindici anni. Lordi.

Forse sono così ricchi proprio perché attenti al centesimo.

Comunque è tutta gente molto pulita, attenta ai particolari, osservante fino all’ultima riga del regolamento condominiale. A parte il proprietario dell’atelier di moda, il signor Bargellini, che deve settemila euro di rate arretrate, più i lavori della fognatura intasata, che abbiamo pagato noi benché fosse nel suo negozio.

Ma si sa, la puzza non tiene padrone, e abbiamo preferito procedere coi lavori.

Poi si fa tutto un conto, pare.

Ieri l’amministratore mi ha scritto, riportandomi continue lamentele di alcuni condomini nei miei confronti.

Mentre leggevo la mail pensavo a cosa avevo fatto di male: avranno sentito le mie urla mentre faccio l’amore?, ( ma mi sembrava strano, giusto quell’unica volta negli ultimi sei mesi!),  avranno visto il mio ciclamino secco sul balcone?, avrò impuzzato l’atrio con i calamari fritti? O forse sarà stato per quella volta che ho organizzato un torneo di burraco, con urla inevitabili?

Ma no, sarà stato certamente per quel piccione morto che ho seppellito nell’aiuola del cortile.

Mio cugino mi ha raccontato che una volta un piccione che sembrava morto, poi si è svegliato sotterrato e col becco ha tolto la terra e ha ricominciato a volare.

Invece, andando avanti nella lettura, scopro che si tratta di due strofinacci che la signora Caterina ha lasciato martedì scorso stesi ad asciugare. Vergogna!

Adesso dovrò licenziare la signora Caterina, verrà fuori uno scandalo per la signora che ha perso il lavoro a causa di due strofinacci bagnati, partirà su facebook una campagna contro la vessazione dei padroni, e io sarò additato al pubblico ludibrio. #jesuiscaterina

Pazienza, sono i prezzi da pagare quando si vive in un palazzo frequentato da bella gente.

#checifaccioioqui?