Facebook

 

  • Buongiorno signore. Vuole post?
  • Buongiorno vado di fretta, mi perdoni.
  • Un momento solo, signore. Un post, anche piccolo, un posticino?
  • Ma di che post parla?
  • Di tutti i tipi. Post brevi, quelli che vanno per la maggiore, un post medio, un post lungo ma bello. Ho anche foto, sa’?
  • Che foto?, non la seguo…
  • Tramonti, gatti, tre amiche con la birra in riva al mare, quello che vuole lei.
  • Ma amiche di chi?
  • Amiche bone, non importa di chi. Almeno duecento like garantiti. Se non li prende non me la paga.
  • Ma sta cosa che i post si pagano non l’avevo mai sentita.
  • Si, ma io le garantisco il servizio soddisfatto o rimborsato, signore.
  • Si, immagino.
  • E immagina bene. Guardi, mi sono arrivati freschi freschi i post su Paolo Villaggio. Ne ho di tutti i tipi: ironici, col gioco di parole, commemorativi, ipocriti…
  • Ma come freschi? Ormai sono superati.
  • Bravo, vedo che lei è un esperto di fb. Per lei allora ho dei post futuristi. Non può perderli.
  • Post futuristi? Ma che è, una corrente artistica nuova?
  • No, sono i commenti sulla morte di personaggi famosi ancora vivi.
  • Ma lei è un mostro!
  • Ma vuole mettere? Appena schiatta un politico, un attore, un personaggio famoso magari già in là con gli anni, lei sarà il primo. Guardi, ho post di tutti i tipi su Giorgio Napolitano.
  • Ma quello non muore facilmente!
  • A me lo dice! Ce li ho da anni, stanno scadendo. I primi addirittura sono da presidente della camera.
  • E che se ne fa ormai?
  • Li aggiorno periodicamente. Ne abbiamo di quelli elogiativi, ma ne tengo pochissimi, quelli critici, quelli feroci, e quelli proprio offensivi, che vanno alla grande per adesso.
  • Senta, quando muore ne riparliamo…
  • Eh, ma poi vanno via come il pane. Lei invece lo prende, lo mette da parte e poi se lo trova bello e pubblicabile. Guardi questo: “Onore a un uomo che non ha mai piegato la schiena di fronte alle avversità!”. Questo addirittura lo può usare pure per Bossi.
  • No, per Bossi no, la prego!
  • Faccia lei. Comunque se le interessa ho anche articoli più generici. Tipo i post indignati contro la massa in generale in occasione di un lutto.
  • Tipo?
  • Guardi questo: “No, ma mettetene un altro poco di frasi su Vasco Rossi, mi sta piacendo!”, oppure: “Tutti lì a commemorare Rodotà, e nessuno che abbia mai visto un suo film!”
  • Ma quali film? Rodotà era un professore…
  • E nel caso la sgamano può sempre dire: “No, ne ha fatti due, io li ho visti!”. Tanto chi viene a indagare?
  • Senta, a me sta cosa dei post che diventano pre, non mi piace per nulla.
  • Amico mio, ma secondo lei la gente ha il tempo di informarsi su tutto, di indignarsi con cognizione di causa, di studiare bene un quesito referendario? Di mandarsi a cacare per cause giuste? No, ovviamente. Per questo ci siamo noi, per sparare sentenze su tutto e tutti in ogni momento, limitando le minchiate la minimo. E con una spesa irrisoria. Altrimenti chiudiamo facebook e torniamo alle tribune politiche con Zatterin, è questo che vuole?
  • No, per carità.
  • E allora la finisca, si compri il suo post già bello e pronto, e andiamo a casa.
  • Che le devo dire? Ha qualcosa sulle nozze gay?
  • No, quella è roba vecchia, non li trova nemmeno nelle bancarelle. Però ho qualcosa di più interessante…
  • Sentiamo.
  • Post sul risultato delle prossime elezioni politiche.
  • E lei sa il risultato?
  • No, ne prende uno con la vittoria di un blocco, e uno con la vittoria di un altro. Qui c’è questo: “Finalmente l’Italia ha detto basta al renzismo! Si volta pagina.”, e quest’altro: “Finalmente l’Italia ha detto basta al grillismo! Si volta pagina.” Li prenda, le faccio un prezzone.
  • E se vince Berlusconi?
  • In quel caso sono cazzi!
  • Ma li posso personalizzare un minimo?
  • Se li vuole aperti costano un tantino di più. Ma si può fare.
  • D’accordo. Me li dia. E ci metta pure un paio di Napolitano, non si sa mai.
  • Bravo, lo vede che ha capito?
  • Non vorrei restare senza post.
  • Tutto cinquanta euro. Perché è lei.
  • Mi sa che mi convenivano un paio di gattini. Vabbè, arrivederci.
  • Il gattino glielo omaggio io. Non si sa mai, dovesse campare ancora tanto Napolitano…
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Le nuove generazioni le conosciamo. I ragazzini di oggi sono tecnologicamente avanzati, non ce n’è uno che non sia connesso col mondo h24, che non abbia playstation, wii, nintendo, e altre diavolerie che un adulto nintende proprio.
Il fatto è che noi viviamo in un’epoca nella quale in trent’anni le cose sono cambiate come se ne fossero passati mille, e la nostra generazione si è trovata a cavallo di questa rivoluzione silenziosa.
In nessun’altra epoca trent’anni hanno mutato in egual misura usi e costumi. Dal 1850 al 1880 non ci fu lo stesso sommovimento, per dire.
Il massimo del cambiamento fu una montatura diversa di occhiali di Cavour.
Ma torniamo a noi: dicevo dei videogiochi. Io ricordo quando arrivarono quelli da attaccare alla tv. C’era il tennis, il mio preferito. Su uno schermo blu era disegnato un quadrato con una linea continua in mezzo, suppongo la rete vista dall’alto, nelle intenzioni del progettista, credo fosse Giugiaro, e a fondo campo i due giocatori. Oddio, giocatori… erano due fiammiferi che si muovevano in una sola dimensione, verso l’alto o verso il basso, e, impattando con una pallina quadrata dovevano rimandarla dall’altra parte. Anche facendola sbattere al muro, cosa non consentita nei tornei del grande slam.
Nel tennis dei videogiochi di adesso puoi scegliere il tuo atleta preferito, la racchetta in tungsteno, e far fare a Federer le volèè, gli ace, i top spin, i lob, gli smash. Premendo contemporaneamente otto tastini con due mani. Puoi decidere l’abbigliamento firmato del tennista, il suo deodorante, con chi farlo fidanzare. Oppure puoi muovere il joy stick, credo si chiami così, come fosse una racchetta, e tu un deficiente che colpisce palline immaginarie credendo di essere al rolland garros e finendo per rompere il vaso finto cinese del salotto lussandoti una spalla, visto che l’ultima sport che avevi fatto era il burraco del lunedì sera.
Siamo una generazione confusa, indecisa se guardare indietro (non facciamo altro che ricordare i bei tempi andati), magari anche per evitare di rompere il vaso del salotto, o provare ad adattarsi al cambiamento.
Con i social network crediamo di avere raggiunto il massimo. I ragazzini di oggi coi social ci sono nati, pensano sia la normalità del vivere quotidiano. Per noi no, noi siamo una generazione di fruitori passivi, di teleutenti un po’ rinco, quelli che già pensavano di avere raggiunto la libertà con l’arrivo delle televisioni private, e il passaggio da due canali a decine.
Che si vedessero decine di boiate poco importava, vuoi mettere la possibilità di scelta?
In quel caso il massimo di interattività possibile era quello di mandare affanculo Emilio Fede durante il tg4, o inveire contro il televisore se Cabrini sbagliava il rigore in finale, ma il tuo grido al più arrivava al vicino di casa, non lasciava spazio alla soddisfazione dello sfogo. Oggi, con i social, puoi insultare tutti: politici, giornalisti, showman, vip di ogni tipo. “Che hai fatto oggi?” “Mah, niente, stamattina prima di uscire ho detto a Gasparri che era un coglione, ho chiesto a Renzi di dare gli 80 euro pure a mio cognato disoccupato, ho chattato con la Pascale, ho mandato la foto del mio cane a Dudù.”
Non cambia un cazzo, ma vuoi mettere la soddisfazione?
Perché solo Grillo deve mandare affanculo tutti? Lo faccio anche io, almeno non mi ammalo di stress.
Comunque non sono solo queste le soddisfazioni. Con facebook non mi limito più a recepire passivamente le notizie. È come se avessi un quotidiano personalizzato da sfogliare non appena sveglio.
Dunque, vediamo cosa è successo stamattina: ecco, Mimmo deve piazzare due gattini, Muriel ce l’ha con gli uomini, Fausto se la prende con una stronza dedicandole la canzone di Masini, Riccardo ha fotografato il gatò di patate di ieri sera, Lucio festeggia lo scudetto della Juve. Adesso sì che l’informazione indipendente, la circolazione delle idee, la veicolazione dei contenuti, delle notizie è davvero libera. Non sono più i grandi gruppi industriali proprietari dei giornali, le lobby delle banche che devono dirci quali gattini adottare, quali femmine odiare, quali gatò cucinare, quando esultare per lo scudetto.
Se la vera rivoluzione è determinata dalla conoscenza, come facevo prima a ritenermi un uomo completo senza sapere che Raffaella parteciperà alla serata Disco apericena anni settanta ottanta con deejay Ludovico? Tra l’altro con consumazione inclusa e sconto 30% per le donne!
Fa piacere vedere che anni di lotte politiche, di collettivi, manifestazioni, impegno sociale si siano sostanziate in un selfie collettivo, negli aforismi di Coelho, negli inviti a Farmville, nelle foto della salsiccia arrotolata, nei commenti contro i lunedì e la pioggia a primavera, e nelle richiesta di sangue per una donna mai esistita.
Abbiamo uno strumento straordinario, la possibilità di comunicare con chiunque in tempo reale, di essere parte attiva di un tutto cosmico, ma nessuno ci ha detto come utilizzarlo. Oppure quegli anni di inebetimento televisivo ci hanno lasciati un attimo impreparati.
Come un bimbo che incontra il suo personaggio dei cartoni animati preferito e può parlargli, restiamo attoniti, sorpresi di fronte a cotanta possibilità. L’unica cosa che riusciamo a fare, nell’era della comunicazione orizzontale, della partecipazione collettiva, è insultare l’altro. Che sia interista, catanese, grillino, berlusconiano, renziano, laziale, frocio, automobilista, vecchio o giovane, l’importante è denigrare, attaccare e offendere chi non la pensa come noi. Ma cosa volevate, è da anni che stiamo zitti, assuppiamo tutto, e adesso che possiamo partecipare anche noi, ci volete levare il sano piacere di mandare a quel paese un nemico a caso?