Dialogo sulla vita e su altro

senso2

– E adesso? Come la mettiamo?
– Come la mettiamo cosa?
– Che senso ha tutto questo? Un’altra vita nel fiore dei suoi anni spezzata con dolore. Con un codazzo di sofferenza, rimpianti, ferite. Qualcuno mi dica perché.
– Non c’è un perché. E la mente umana non contempla nulla di diverso da ciò: si nasce, si cresce, chi più chi meno, e si muore. Funziona in questo modo.
– Mi stai dicendo che non vi è alcun senso. Che siamo in una sala d’aspetto in attesa che esca il nostro numerino. Ma chi ha programmato tutto questo, un sadico?
– Non so, secondo la tua mente illuminata invece come avrebbe dovuto funzionare? Che cosa ti saresti inventato al posto del grande creatore?
– Io avrei fatto che non si moriva. E nemmeno si invecchiava, che la decadenza è cosa squallida.
– Quindi tutti immortali. E con la sovrappopolazione come la metti?
– Si potevano inventare dei periodi di fermo biologico. Dove non era consentito fare figli. I corpi già esistenti, però, dopo un certo periodo sarebbero stati abitati da altre anime.
– Fammi capire: io sto con mia moglie, e a un certo momento mi ritrovo una sconosciuta a letto al posto suo?
– A parte che anche così non sarebbe male, il fatto che non funziona è questa angosciante definitività. Se io sapessi che mio zio, mia mamma, ma anche il mio cane, non muoiono del tutto, ma possono sempre tornare a trovarmi, posso discuterci, continuare ad amarli, a vederli, tutto sarebbe diverso. Il male assoluto è questa sensazione di vuoto, o di terrore del vuoto finale. Senza questo saremmo esseri felici, come fai a non arrivarci?
– Al netto delle tue fantasie malate, questa è la vita. Che vuoi farne? Angosciarti aspettando la fine?
– No, non lo voglio fare e non lo faccio. Ma con una fatica mostruosa. Se mi fermo per strada a pensare mi passa la voglia di qualunque cosa, di programmare vacanze, di comprare mensole per casa, di aggiustare il sali scendi della doccia. A che serve?
– A posare il telefono della doccia, immagino.
– Perché devo pagare il bollo auto, leggere libri, imparare cose, se posso morire domani?
– Puoi provare a non pagare le tasse e raccontargli questa storia, ma temo che non si inteneriscano.
– Io voglio qualcuno che mi dica che senso ha. Dove si trova la voglia di vivere, di creare, di costruire, di amare?
– Non puoi farmi questo discorso ogni volta che muore qualcuno che conosci, magari giovane. Nel mondo accade ogni istante, con la differenza che non possiamo viverlo sulla nostra pelle. Altrimenti moriamo di dolore a ogni naufragio di immigrati, a ogni strage dell’Isis, per ogni testa mozzata, perfino per gli incidenti stradali.
– Quindi mi stai dicendo di fottermene. Che dobbiamo continuare a mettere il parmigiano sulla pasta alla norma durante il Tg2, mentre ascoltiamo di vite orrendamente spezzate. Ma cosa siamo, animali?
– Non so se dobbiamo fottercene o meno, non credo. Penso che esista un metro per ogni cosa, che la pelle debba proteggerci dalle oscenità del mondo, che nessuno di noi ha spalle così grandi per reggere tutti i dolori del mondo, è già tanto portare con sé i propri.
– Io non ce la faccio, mi dispiace. È morto Duccio venti giorni fa, a 54 anni, Silvia ieri a 41, entrambi con sofferenze e consapevolezza di andare via. Perché?
– E cosa ne so io perché? Chi crede trova risposte nella religione…
– …si, l’oppio dei popoli.
– …altri cercano un senso nell’amore, nella famiglia, nei figli.
– E secondo te io faccio un figlio col rischio di vedermelo portato via come hanno fatto con mio fratello?
– Non so cosa dirti. La gente continua a fare figli, a dare un senso alla propria esistenza, esce, guida, mangia, ride. Non mi sembra che si stia tutti depressi ad aspettare la fine.
– E neppure io, ma un cazzo di segnale non mi dispiacerebbe. Un’inversione di tendenza, un mondo meno feroce, esseri umani meno inumani, tutto ciò forse renderebbe meno orrendo il mondo.
– Tu mischi massimi sistemi e dolori privati, non funziona così.
– Ah no? E come funziona, di grazia? Io sono un individuo ma anche parte di un sistema, un figlio ma anche un cittadino, e come tale ho miserie private e pubbliche tristezze.
– Forse ti sei indurito. L’amore può dare un senso a molte cose.
– Aridaglie! Siamo sempre lì: l’amore è togliere la pelle, farsi toccare dalle emozioni, non avere più difese dai possibili dolori. Non si può vivere così. I manicomi, prima che li abolissero, erano pieni di gente che amava.
– Tutto ha un senso: scrivere, abbracciare, ridere, condividere, baciare, leggere, guardare, nuotare, fare l’amore.
– Tutto questo ha il senso di trascorrere il tempo, in attesa di.
– Che palle! Ma un po’ di ottimismo no? Così non ne usciamo.
– No, ne usciamo. Continuiamo a fare l’amore, a leggere, a vedere film, a cucinare, a viaggiare e vedere posti nuovi. Concordo con te. Però spiegatemi perché muoiono Silvia, Sandra, Luigi, Duccio, Roberto… Altrimenti va benissimo tutto, ma non chiamatela vita. Chiamatela attesa, è più coerente.
– Riempila, questa attesa, mettici più cose che vuoi, levaci quelle che non ti garbano, tranne il bollo auto che se no ti arriva la mora. E vedrai che se invece di chiamarla attesa non le dai un nome, vivrai meglio. Lo so perché so che sai farlo. E piangi, quando muore Silvia, o Duccio, che piangere fa bene.
– Non mi hai convinto, ma finirò col darti retta.
– Non credo tu abbia molte alternative.
– Non si sa mai. Se scopro il senso della vita magari cambia tutto.
– Ok, casomai chiamami.
– Grazie.
– È stato un piacere.

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