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dio

Ciao Dio.
Avrei quattro o cinque cose da dirti
Però mi piacerebbe guardarti nell’occhio.
Spero che tu, quando verrai di nuovo sulla Terra
Abbia qualche minuto per me.
La regina delle domande te la faranno tutti
Ed è: Perché?
Forse la risposta è che ci saranno nell’universo
Infiniti mondi a noi sconosciuti
E tu sei solo a doverti occupare di tutto.
Mai che Buddha, Allah, Manitù facciano qualcosa,
al solito siamo!
Eppure sappi che il tuo enorme talento
Io non lo disconosco.
Uno che ha fatto i canyon,
i fondali marini,
gli occhi azzurri,
le foreste e le cascate,
Totti,
le tette di Eleonora Peretti,
non può che essere un Dio.
E proprio per questo, cazzo,
perdona il tono,
avresti potuto inventare un sacco di altre cose
utili a vivere meglio.
Dal momento che accade
Che si muore giovani, anche,
(hai preso Roberto a 36 anni,
Gaia a 26, Sandra a 56, Luigi a 49),
avresti potuto inventare qualcosa
per non fare soffrire i genitori.
Non manca a te la fantasia,
come quando hai inventato la giraffa.
Chi ci avrebbe pensato mai ad un animale
Con un collo così inutilmente eccessivo?
Lo so, caro Dio, molti dei mali del nostro tempo
Li abbiamo inventati noi.
Gli incidenti stradali, la Red Bull, i cinepanettoni,
la Fiat multipla, Andelkovic, Moccia,
la trattativa stato mafia, il parmigiano sulle vongole,
le scarpe ballerine, Il giornale di Sallusti,
il cerchietto, il caffè corretto, il ponte sullo stretto,
non sono colpa tua.
Però i sette peccati capitali,
le virtù teologali,
le ingiustizie mondiali,
Mi manchi, di Fausto Leali,
sono a carico tuo.
Non è chiaro come funziona questa cosa
Delle punizioni, delle malattie, delle morti.
È ormai acclarato
Che nulla ha a che fare
Con il merito, con le buona azioni,
con i fioretti.
Neppure i tuoi rappresentanti in terra
Mi sembra ne sappiano di più.
L’altro anno, al funerale di Patrizia
Il prete continuava a ripetere
che avremmo dovuto
essere contenti
per Patrizia.
Che il suo era un premio, che era passata a miglior vita
Che Tu l’avevi scelta e chiamata a te.
Potevi scegliere un prete pedofilo,
un criminale di guerra, un mafioso,
invece hai scelto Patrizia.
C’è tanto da discutere, Dio.
Non sarò prevenuto, se riuscirai a convincermi
Che questo è il sistema migliore,
te ne darò atto.
Fino ad allora sto nel dubbio,
mi consentirai.
Ciao Dio, non scegliermi ancora per un po’,
te ne sarei grato.

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Esco dal portone mentre un’automobile solleva acqua da una pozzanghera generosa. Ho scelto il giorno sbagliato per mettermi i pantaloni chiari.
La pioggia insiste in modo ostinato.
La pioggia se ne fotte.
Il mio meccanico ritiene opportuno modificare tutti gli ammortizzatori della mia macchina. Fosse per lui cambierebbe tutti gli ammortizzatori del mondo.
E io pago.
Io pago, mentre lui, non pago di questa bella notizia, mi ha detto che anche pezzi dai nomi mai sentiti del motore hanno fatto il loro tempo.
Anche lei, avrei voluto dirgli in faccia. Ma è di fiducia, dice mio padre, e la fiducia è una cosa seria. Così seria che io non la sprecherei per un meccanico ladro, in verità.
Mentre penso a ciò, e la pioggia se ne fotte, raggiungo la mia Lancia, proprio io che la spezzerei la Lancia, in favore di un’auto nuova, se solo il conto in banca lo consentisse.
Oggi è uno di quei giorni in cui i soliti ignoti hanno deciso di aprirla. Sono i buffi contrattempi del vivere in un quartiere popolare.
Non so come facciano. O il meccanico ladro di fiducia li ha dotati di un doppione di chiavi, e a quel punto il cerchio tra meccanico e ladro si chiuderebbe in maniera assoluta, oppure siamo di fronte ad una perizia degna di miglior sorte. Riservato a scassinatori più che abili, come i solutori delle parole crociate complicate.
Controllo di routine: forse hanno preso qualche CD, forse no.
I documenti sono al posto deputato, così come i deputati sono al loro posto, anche se non c’entra una mazza.
Metto in moto e mi accorgo che il finestrino non vuole saperne di andare giù o su come suo dovere. Su, in verità, non può andare, e giù non vuole, mettiamola così.
Poco male. Tanto piove, e la pioggia se ne fotte.
Vado per raggiungere l’ufficio, ma nella nostra amata città quando c’è acqua di cielo si crea un raduno festoso di automobilisti, tipo Woodstock, ma con meno erba da fumare e ciascuno per conto proprio. Però la musica ce la mettiamo, ognuno col proprio clacson e i più fantasiosi con le casse che offrono gratis melodie partenopee.
E parte napoletane, diceva il principe.
Ho saputo che anche questo mese siamo in ritardo con gli stipendi, che non vediamo da Maggio. Problemi con la ragioneria generale della regione, impegnata a liquidare stipendi dignitosissimi a funzionari indefessi, e compensi meno lauti a precari stabilizzati.
Scopro dopo poco che l’immobilità odierna della circolazione è causata proprio dai suddetti precari, ansiosi di ulteriori stabilizzazioni. A Palermo ci sono disgraziati di prima, seconda e terza fascia.
I primi si auto organizzano, cercano e trovano sponde politiche, alzano la voce, bruciano cassonetti e raggiungono scopi. Gli altri arrancano da soli, e piangono su spalle private, ove ne abbiano.
Decido di scendere dall’auto, di parlare con loro spiegandogli che se la nostra regione è arretrata è colpa di una logica assistenzialista che blocca ogni iniziativa, che in questo modo la politica non diventa più cosa pubblica ma cosa di pochi clienti ricattabili in nome del voto. Cosa nostra, direi. Anzi, cosa vostra, io mi defilo.
Mi riscaldo sempre di più, alzando il tono della voce e arringando le folle non per consenso, ma con lo scopo precipuo di ottenerne il totale disprezzo. Sto per dire loro quanto siano parassiti e squallidi, quando vengo scosso dal suono della macchina di dietro, la quale mi annuncia così che la coda si è mossa. Fortunatamente le mie intenzioni sono rimaste tali.
Mentre la pioggia persevera e se ne fotte.
La mia storia con Daniela si è brutalmente affumata. Dice che io non sono abbastanza maturo, che questa mia ostinazione ad occuparmi della malattia di mia madre è tipica dell’uomo quarantenne medio meridionale moderno. La settimana scorsa mi aveva detto che si sentiva pronta per diventare madre dei miei figli, adesso è tornata a convivere col suo ex.

Cose che capitano, penso mentre spengo il motore per preservarlo dall’inutilità momentanea. Mi sento inutile come lui, e insieme a lui si spegne un pezzo del mio umore.
Mio fratello mi dispensa giornaliere razioni di disfattismo catastrofista, da consumare a rate. Mentre queste rate stanno consumando me.
Ieri mi ha prospettato un nuovo scenario, secondo il quale a breve saremo costretti ad internare i nostri genitori per potere disporre del patrimonio residuo. Io non so bene cosa intendesse per internare. Mia madre è internata a casa da un po’, ma non credo che l’accezione sua fosse questa. Vorrebbe vendere la casa in campagna per autoprodurre il suo disco, che entro cinque anni trionferà a Sanremo. Dice che così diventeremo ricchi e potremo comprarci tutte le case in campagna che vorremo.
Mio padre appena ha sentito questa cosa di Sanremo voleva interdire mio fratello.
Per fortuna ho imparato a gestire i momenti difficili, e anche a gestire lui.
Vado avanti di qualche metro, accompagnato dalla cadenza ossessiva dei tergicristalli.
Per oggi aspetto la risposta su un nuovo lavoro, dove verrebbero finalmente valorizzate le mie qualità e corroborato il mio stipendio. Si tratta dell’esito di un colloquio di lavoro con una società di proprietà dello Stato, svolto qualche mese fa, con esitus interruptus.
Sarebbe una bella svolta della mia vita, potrei cambiare gli ammortizzatori e produrre il disco di mio fratello, così da farmi interdire con lui. La famiglia è sangue del proprio sangue. E la pioggia continua a fottersene.
Adesso il finestrino è sceso, compiendo metà del suo dovere. L’altra metà sarebbe quella di risalire, ma per adesso non se ne parla.
Anche di questo la pioggia se ne fotte. Ed entra.
Mentre armeggio con il vetro, provando a tirarlo su all’antica, mi squilla il cellulare. È il mio amico Luciano, che mi comunicherà certamente buone nuove per il colloquio di lavoro.
Mentre l’acqua entra, i manifestanti rumoreggiano, quello di dietro batte il record di clacson continuato, e un vigile mi guarda e scrive i numeri della mia targa su un taccuino, Luciano mi dice che hanno avuto un’ottima impressione di me, proprio utilizzando queste parole.

Un’ottima impressione.

Ma il momento politico non si presta a nuove assunzioni, lo Stato ha dirottato i fondi necessari per il mio impiego sulla stabilizzazione dei precari, e così resta la soddisfazione dell’ottima impressione e la pioggia di taglio sul maglione.
Ma tanto quella se ne fotte.

amore

Se non vuoi spegnere il cellulare fino all’ultimo, e ancora dopo, sperando in un messaggio
Allora è amore.
Se hai le farfalle nello stomaco è amore
Se hai le farfalle nella pasta è scaduta.
Se la guardi mentre siete a cena e non riesci a mangiare
Dovrebbe essere amore.
Inappetenza no, non è romantico.
Se pensi che la desideri come la prima volta dopo dieci anni,
non è amore, è amnesia.
Se ti porta il gelato mentre sei davanti alla partita della Roma sul divano
E ci mette anche del Bacardi
Allora è amore.
Facile.
Se ci mette del sambuca, no.
Non è amore, è incompetenza.
Se ridete rimembrando le prime volte nelle quali vi siete frequentati
Scritti
Telefonati
Parlati fino alle tre di notte
No, non basta.
Magari siete ironici, non è detto sia amore.
Se cucina per te non è certo
Ma se cucina per te e ci mette amore
È amore, manco a dirlo.
Dice: e come faccio a vedere se ci mette amore?
Ecco, se lei o lui ci mette amore
E tu non te ne accorgi
Ti limiti al sapore in se
Al grado di cottura del cotechino,
Al tipo di riso utilizzato,
Se Roma, Arborio, Gallo,
alla presenza o meno di noce moscata,
Allora vattene.
Non è amore per te.
Se russa non è amore,
è perdita di tono dei muscoli del palato molle o dell’ugola.
Se in albergo prende tutto lo spazio dell’armadio
E non ti lascia nemmeno una gruccia
Non fartene cruccio, non è amore.
Se ti chiama Principessa potrebbe essere amore
Se non avesse chiamato così anche le altre
Ventisette prima di te.
Se ti tiene la mano
È amore
Se ti dà una mano
È gentile
Se la chiede a tuo padre
È amorone.
Se ti insapona la schiena
È utile
Che ci deve essere un punto nella schiena di tutti i single
Che non si pulisce mai.
Una specie di punto G della solitudine.
Se quando ti bacia tiene gli occhi chiusi
O è amore
O è astigmatismo.
Se ti pianta i piedi ghiacciati addosso in piena notte
Non è morta, non preoccuparti.
E non è detto sia amore, ha a che fare con la circolazione.
Se smette di fumare per te
Probabilmente è amore
Se incomincia a fumare con te
Probabilmente è tumore.
Se ti dice di portare giù l’immondizia
È tardi.
Se la porta giù lei/lui
È amore.
Se sta con te a vedersi il clasico espanolo
Che le femmine manco lo sanno
Ma è Barcellona – Real Madrid
Allora è amore.
Se lo fa dopo più di un anno che state insieme
Non è amore, è interessata al tuo patrimonio.
Se tu ricambi guardando il film coreano
Secondo al Sundance film festival
Allora è amore ricambiato.
Sposala.
Scene da un patrimonio.

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Le nuove generazioni le conosciamo. I ragazzini di oggi sono tecnologicamente avanzati, non ce n’è uno che non sia connesso col mondo h24, che non abbia playstation, wii, nintendo, e altre diavolerie che un adulto nintende proprio.
Il fatto è che noi viviamo in un’epoca nella quale in trent’anni le cose sono cambiate come se ne fossero passati mille, e la nostra generazione si è trovata a cavallo di questa rivoluzione silenziosa.
In nessun’altra epoca trent’anni hanno mutato in egual misura usi e costumi. Dal 1850 al 1880 non ci fu lo stesso sommovimento, per dire.
Il massimo del cambiamento fu una montatura diversa di occhiali di Cavour.
Ma torniamo a noi: dicevo dei videogiochi. Io ricordo quando arrivarono quelli da attaccare alla tv. C’era il tennis, il mio preferito. Su uno schermo blu era disegnato un quadrato con una linea continua in mezzo, suppongo la rete vista dall’alto, nelle intenzioni del progettista, credo fosse Giugiaro, e a fondo campo i due giocatori. Oddio, giocatori… erano due fiammiferi che si muovevano in una sola dimensione, verso l’alto o verso il basso, e, impattando con una pallina quadrata dovevano rimandarla dall’altra parte. Anche facendola sbattere al muro, cosa non consentita nei tornei del grande slam.
Nel tennis dei videogiochi di adesso puoi scegliere il tuo atleta preferito, la racchetta in tungsteno, e far fare a Federer le volèè, gli ace, i top spin, i lob, gli smash. Premendo contemporaneamente otto tastini con due mani. Puoi decidere l’abbigliamento firmato del tennista, il suo deodorante, con chi farlo fidanzare. Oppure puoi muovere il joy stick, credo si chiami così, come fosse una racchetta, e tu un deficiente che colpisce palline immaginarie credendo di essere al rolland garros e finendo per rompere il vaso finto cinese del salotto lussandoti una spalla, visto che l’ultima sport che avevi fatto era il burraco del lunedì sera.
Siamo una generazione confusa, indecisa se guardare indietro (non facciamo altro che ricordare i bei tempi andati), magari anche per evitare di rompere il vaso del salotto, o provare ad adattarsi al cambiamento.
Con i social network crediamo di avere raggiunto il massimo. I ragazzini di oggi coi social ci sono nati, pensano sia la normalità del vivere quotidiano. Per noi no, noi siamo una generazione di fruitori passivi, di teleutenti un po’ rinco, quelli che già pensavano di avere raggiunto la libertà con l’arrivo delle televisioni private, e il passaggio da due canali a decine.
Che si vedessero decine di boiate poco importava, vuoi mettere la possibilità di scelta?
In quel caso il massimo di interattività possibile era quello di mandare affanculo Emilio Fede durante il tg4, o inveire contro il televisore se Cabrini sbagliava il rigore in finale, ma il tuo grido al più arrivava al vicino di casa, non lasciava spazio alla soddisfazione dello sfogo. Oggi, con i social, puoi insultare tutti: politici, giornalisti, showman, vip di ogni tipo. “Che hai fatto oggi?” “Mah, niente, stamattina prima di uscire ho detto a Gasparri che era un coglione, ho chiesto a Renzi di dare gli 80 euro pure a mio cognato disoccupato, ho chattato con la Pascale, ho mandato la foto del mio cane a Dudù.”
Non cambia un cazzo, ma vuoi mettere la soddisfazione?
Perché solo Grillo deve mandare affanculo tutti? Lo faccio anche io, almeno non mi ammalo di stress.
Comunque non sono solo queste le soddisfazioni. Con facebook non mi limito più a recepire passivamente le notizie. È come se avessi un quotidiano personalizzato da sfogliare non appena sveglio.
Dunque, vediamo cosa è successo stamattina: ecco, Mimmo deve piazzare due gattini, Muriel ce l’ha con gli uomini, Fausto se la prende con una stronza dedicandole la canzone di Masini, Riccardo ha fotografato il gatò di patate di ieri sera, Lucio festeggia lo scudetto della Juve. Adesso sì che l’informazione indipendente, la circolazione delle idee, la veicolazione dei contenuti, delle notizie è davvero libera. Non sono più i grandi gruppi industriali proprietari dei giornali, le lobby delle banche che devono dirci quali gattini adottare, quali femmine odiare, quali gatò cucinare, quando esultare per lo scudetto.
Se la vera rivoluzione è determinata dalla conoscenza, come facevo prima a ritenermi un uomo completo senza sapere che Raffaella parteciperà alla serata Disco apericena anni settanta ottanta con deejay Ludovico? Tra l’altro con consumazione inclusa e sconto 30% per le donne!
Fa piacere vedere che anni di lotte politiche, di collettivi, manifestazioni, impegno sociale si siano sostanziate in un selfie collettivo, negli aforismi di Coelho, negli inviti a Farmville, nelle foto della salsiccia arrotolata, nei commenti contro i lunedì e la pioggia a primavera, e nelle richiesta di sangue per una donna mai esistita.
Abbiamo uno strumento straordinario, la possibilità di comunicare con chiunque in tempo reale, di essere parte attiva di un tutto cosmico, ma nessuno ci ha detto come utilizzarlo. Oppure quegli anni di inebetimento televisivo ci hanno lasciati un attimo impreparati.
Come un bimbo che incontra il suo personaggio dei cartoni animati preferito e può parlargli, restiamo attoniti, sorpresi di fronte a cotanta possibilità. L’unica cosa che riusciamo a fare, nell’era della comunicazione orizzontale, della partecipazione collettiva, è insultare l’altro. Che sia interista, catanese, grillino, berlusconiano, renziano, laziale, frocio, automobilista, vecchio o giovane, l’importante è denigrare, attaccare e offendere chi non la pensa come noi. Ma cosa volevate, è da anni che stiamo zitti, assuppiamo tutto, e adesso che possiamo partecipare anche noi, ci volete levare il sano piacere di mandare a quel paese un nemico a caso?

cappuccetto
Cappuccetto rosso era un’adolescente comunista e ribelle. Viveva nel quartiere San Lorenzo, a Roma, in un centro sociale occupato. I genitori, due cinquantenni dell’opus dei, l’avevano cacciata di casa dopo anni turbolenti, il giorno che l’avevano scoperta trombare con il parroco venuto a benedire la casa.
Da allora Cappuccetto aveva rapporti solo con la nonna, intanto perché non le lesinava mai una carta da cinquanta, e poi perché la vecchia era tosta, anche lei No Tav e compagna alla grandissima.
La nonna Adele viveva da sola, anche se da quando era vedova non si faceva mancare nulla, soprattutto la compagnia maschile, per lo più occasionale. Solo che viveva alla Prenestina, e per Cappuccetto era un viaggio, ricco di insidie e di fasci di casa pound.
Un giorno nonna Adele la chiamò, voleva portati del rosbiff ungherese, uova di lompo e un Ferrari d’annata. Doveva avere giri quella sera, e non stiamo parlando di verdure bollite.
Adele prese tutto a credito dal pizzicagnolo sotto casa, roba il più simile possibile a quella desiderata dalla vecchia, e si incamminò verso la meta, cambiando due autobus e una metro, maledicendo tra se quel fascio di merda del sindaco.
Al capolinea scese e si accollò quel chilometro da fare a piedi, con un vento freddo che le entrava sotto il cappuccetto, arrossando anche le gote e gli occhi.
Il primo che incontrò fu un vecchio guardone del quartiere, detto Bellicapelli per la sua pelata integrale.
– An do vai, cocca de mamma? Viè qua che se famo na pizza bianca insieme.
– Grazie, ho premura.
– E daje, che la pizza mo t’aa dò davero davero se nun me fai vedè manco na sisa!
Cappuccetto ormai aveva testato su se stessa l’assoluta inoffensività di Bellicapelli, tanto disgustoso quanto caricato a salve. Non gli diede corda, mentre quello continuava a parlarle in un crescendo di laidità e bava.
Superato il primo ostacolo si imbatté in un gruppo di teppistelli neri e borchiati.
Il secondo livello fu più complicato, come nei videogiochi, ma Cappuccio se la cavò ancora una volta, dando fondo al suo ottimo allenamento nella velocità breve.
Il terzo girone era rappresentato da un manipolo di vecchie comari, la cui arma principale constava di cattiverie assortite, supportate da fatti reali, conosciuti chissà come.
– Anvedi chi c’è sta, a principessa sur pisello!
– Per me nun è mica vero! Nun ce sta er pisello sotto sta principessa, ce ne stanno a migliaia!
– Tale nonna, tale nipote, me venisse da dì.
– Epperchè i genitori se stanno affà li cazzacci loro. Sta povera creatura se deve pure guadagnà quarcosa, mica po’ annà ad Arcore, scusate.
– Ennò che nun po’. Là se chiamano escorte e se fanno pagà na cifra, li mortacci loro. Qui da noi sò mignotte.
Cappuccetto si mise a cantare per non sentire le vecchie stronze, fece ancora pochi metri e finalmente arrivò a casa di nonna Adele.
Entrò nel portone con le chiavi e salì all’ammezzato del vecchio e maleodorante palazzo.
Appena in casa si diresse in camera da letto, dove vide mezzo viso nell’ombra, quasi interamente coperto dal piumone.
– Nonna, dormi?
– Eh?
– Nonna, ma che voce roca che hai! E poi che ti sono cresciuti i baffi?
– Nun so tu nonna, so Armando. Er macellaio dell’angolo, se conoscemo Capuccè!
– Oh, Armà, come te butta?
– Sto bbene. Nonna tua sta ar trucco, che hai portato, cose buone? Puoi restà a magnà co noi, ho fatto na pajata che metà abbasta!
– No, Armando, ti ringrazio. C’abbiamo riunione al centro sociale per organizzare la manifestazione di sabato davanti a Montecitorio. Ci vieni anche tu? Faremo un bel po’ di casino.
– Ma io so vecchio, Cappuccè. Ormai semo stanchi, annate avanti voi che siete regazzi.
Dopo pochi minuti di convenevoli nonna Adele tornò dal bagno, giovanile come un’attrice del secolo passato.
– A cocca mia, viè da nonna tua. Ma quanto sei caruccia. Quanno me porti un bell’omo vero? No sti ragazzetti che te girano attorno?!
– A nonna, ancora co sta storia. Nun li filo proprio de pezza sti ragazzetti, come li chiami tu. Sto a pensà ar collettivo, alle manifestazioni, alla lotta. Come dice Armando, se nun ce penzamo noi chi lo deve da fa?
– Vabbè, lassamo perdere. Io alla tua età già facevo l’ammore co nonno tuo!
Cappuccetto tagliò corto, incassò la mezza piotta più le spese, e tornò indietro nel suo percorso inverso, con le insidie ormai depotenziate.
Incappò solo nel Lupo, un suo ex fidanzato mai rassegnato che provò ancora ad attaccare bottone.
Ma non ci fu verso, e ognuno visse nel suo mondo, mai veramente felice o contento.