RACCONTI

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Da Carlo non è che si mangiasse poi così bene.
Ci si andava per abitudine, per amicizia, per il gusto della rassicurante ripetizione. Il bollito due volte su tre non era male, la trippa mangiabile, le cotolette cartonate, le patate fritte finte come i soldi del monopoli, ogni azzardo gastronomico da evitare con cura.
A volte il titolare dell’omonima trattoria si cimentava in imprese al di sopra della propria forza. Energie distolte dalla pasta alla grassa, sperimentazioni che andavano oltre la norma.
La pasta alla norma, s’intende.
Carlo era fatto così, non amava cullarsi sugli allori (e neppure sulle mente), accontentarsi di un complimento ricevuto anni addietro per una polpetta promossa. A volte guardava i programmi della Clerici, registrati, perché a quell’ora lavorava sempre, e fermava il video registratore per osservare con cura la grandezza del taglio della pancetta, il grado di rosolatura dello spinacio, la quantità di vino Tavernello utilizzato per sfumare.
Nella sua cucina tutto questo era bandito, come molta della clientela, peraltro.
Un vecchio e ignorato cartello, con divieto di fumo, era stato manipolato da mano anonima e burlona: vietato sfumare, era diventato.
– Carlo, quante volte te l’abbiamo detto che il maiale prima di farlo al forno devi accertarti che sia morto in questo secolo?
E giù risate a bocca aperta, con ostentazione di fagioli cannellini in masticazione.
Carlo era vedovo, da quando la signora Gina aveva deciso, chissà perché, di lasciarci le penne mentre preparava il sugo della amatriciana. Le sue, penne, però, non quelle numero 73 Barilla.
Il dolore non impedì a Carlo di continuare a lavorare, e la sua numerosa clientela in segno di lutto osservò dieci minuti di non rutti.
Fu la figlia Shara, con l’acca in mezzo per un errore di uno sciatto impiegato all’anagrafe (“Mi raccomando – insistette Carlo – Sara con l’acca, ci tengo!”), a prenderne il posto in cucina.
Solo che la giovane e procace unica erede, era assai più utile alla cassa, dove corpulenti camionisti e operai ormonizzati apprezzavano con pazienza le grazie della neo maggiorenne, e maggiorata, Shara, creando file ingiustificate. Molti non mangiavano neppure, andavano direttamente alla cassa per pagare.
In cucina era negata, non aveva mai nemmeno cotto un uovo, ma il padre riteneva che l’arte culinaria si tramandasse anche attraverso i geni, portando ad esempio Christian De Sica, Luca De Filippo e il padre di Sorrentino, il portiere del Palermo.
Di meglio non aveva trovato.
Col tempo, la pervicacia, la mancanza di destini alternativi, trasformarono Shara da cuoca improbabile a sufficiente, poi a interessante, e infine a stuzzicante, come in una carriera militare raccomandata.
Le sgaloppine conobbero compagni di viaggio nuovi, come la salvia o il marsala, per i peperoni si aprirono orizzonti inesplorati e clienti entusiasti, l’uovo non servì più soltanto per la pasta al forno, ma si appropinquò nella carbonara e nell’impasto delle polpette, fornendo scenari diversi dalla fornitura di baseball.
Insomma, la gente veniva da ogni dove per andare da Carlo e Shara, che nel frattempo aveva costretto il padre alla modifica nell’insegna. E visti i risultati, aveva ottenuto ragione. Sociale, tra l’altro.
Per anni le cose andarono a gonfie vele; da trattoria fetente per palati poco fini e tutte le tasche, si trasformarono in locale cult, dove l’alta borghesia cittadina si accollava lunghe attese all’umido pur di assaggiare i polipetti in umido di Shara, gli involtini di melanzane di Shara, la trippa al sugo di Carlo.
A cui era rimasto soltanto l’onere di un paio di piatti tradizionali, e il servizio ai tavoli, come un pivellino qualsiasi.
Il conto ne valeva il servizio, e a fine mese padre e figlia potevano godere di introiti inattesi.
Sembrava una favola senza intoppi, fino a quando le cose svoltarono.
Per mesi resistettero alle lusinghe di pseudo imprenditori allettati dal marchio più “in” degli ultimi anni, offerte a molti zeri per rilevare la maggioranza del locale, a parole senza snaturarlo.
Poi, d’improvviso, gli squali diventarono tanti, accerchiarono la loro imbarcazione famelici e feroci. Tutti in 3D, peraltro.
La crisi cominciò a mordere, il proprietario del loro immobile a capire l’antifona, le mode a virare leggermente verso nuovi stimoli: apericene, sushi bar, cucine etniche e cugine scollacciate.
In pochi mesi una grande catena di fast food decise di rilevare locale, clientela e, in un insospettato barlume di umanità, anche Shara e Carlo. Fu il colpo finale, il braccio sul tavolo piegato da un avversario forte e tignoso, resistente e tenace.
Carlo stette una intera giornata al cimitero, sulla tomba di Gina chiedendo perdono in lacrime. Niente più broccoli in tegame, spezzatini, bucatini con le sarde. Li attendeva una vita lontani dal sapore indefinito delle interiora bollite, dal cannellone molliccio, dalla salsiccia al sugo.
Lei si sta adattando alla novelle couisine richiesta dai nuovi proprietari. Imparerà, come ha fatto in passato.
Carlo ha difficoltà con i turisti e i nomi di alcuni piatti.
Com’è che si dice fuagrà?

poeta
Di recente è stato riscoperto il poeta popolare Sandrone Vazzi.
Il Vazzi declamava le sue poesie sintetiche a bordo di una lapa alla fine del secolo scorso.

Di poesia non si campa, così il Vazzi arrotondava vendendo pane e panelle.

Da lì una delle sue odi più celebri, “La vita è dura, senza rascatura!”
La critica fu assai controversa col Vazzi, non riuscendo mai a trovare un punto di sintesi.
Ecco una sua poesia inedita, che vi propongo in tutta la sua bellezza certo che saprete apprezzarne la finezza.
La poesia in questione fa parte di una raccolta mai pubblicata, che si chiama i dubbi dell’amore. Il Vazzi non pubblicò mai le sue opere in vita, in quanto non considerato un genio dai mediocri editori locali.
Post mortem le sue opere hanno raggiunto valori inestimabili, tanto che il Vazzi si diverte a popolare i sogni degli editori che lo rifiutarono, a volte dandogli numeri errati, altre volte gridando fortissimo Suuuuuucaaa durante i loro incubi.
Ecco la poesia I dubbi dell’amore, che dà il titolo a tutta la raccolta:
Non so se ti amo, non lo so.
Però, onestamente, penso di no.

Interessanti le letture differenti che hanno fornito i diversi critici. Il De Robertis mette l’accento sulla reiterazione del non so, declamato due volte in un solo rigo. Ritiene che nel rafforzamento del dubbio stia la forza trascinante del messaggio del Vazzi, il suo estrinsecarsi in versi.
Il Cardona invece era estremamente critico, sostiene si tratti di un’altra delle sue minchiate colossali.

Il Ferzetti Finzi Della vedova, nel suo saggio Versi Diversi dedica un grande spazio al poeta Vazzi, nel capitolo Odi spazzatura. Sottolinea a suo dire l’ipocrisia di quell’ “onestamente”, inserito tra le due virgole, come se un poeta solitamente raccontasse cazzate.

In un talk show di seconda serata la contessa Mazzucco lanciò un posacenere contro il critico Lanza, reo di avere appellato il Vazzi con il soprannome di ScassaVazzi.

L’opera di un genio così controverso è destinata ancora, per decenni e decenni, a fare parlare di sé, a dividere amatori da critici.
A noi piace ricordare qui il Vazzi con un’altra delle sue memorabili opere, dal titolo Il caos fuori e dentro di me:

Manchi al mio cuore, manchi al mio cervello
Verrei da te, ma a st’ura un si camina, c’è bordello!

Immortale e grandissimo Vazzi.

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Lo scrittore pignolo aveva un grande archivio dove teneva tutte le parole. Non gli piaceva l’ordine alfabetico, gli sembrava banale, per scribacchini senza slanci.
Lui le aveva sistemate per assonanza, per tipologia.
Da una parte c’erano le multi sillabiche, le sue preferite. Parole come Decadimento, Turlupinare, Prosopopea, Interrazziale, Ipocondriaco, Trasposizione, Organizzazione, Particolareggiato, Insofferenza, Onomatopeico.
Le parole lunghe arrivavano, prendevano confidenza, facevano un giro, c’era il tempo di conoscerle il giusto, di gustarsele bene prima che andassero via.
Anzi, prima che affollassero stancamente conversazioni particolareggiate o straordinarie controversie.
Lo scrittore pignolo amava molto le sdrucciole, o, come lui preferiva chiamarle, le proparossitone.
Poi c’erano quelle con due consonanti doppie, il massimo: Attaccamento, Allitterazione, Affitto, Marrazzo, Baldassarre.
Amava anche quelle nate dal matrimonio di due diversi termini, due mondi che si incontravano in territorio neutro, e decidevano di proseguire insieme: Multirazziale, Poliambulatorio, Pancarrè, Tritarifiuti, Stracotto, Gianbattista.
In un altro schedario ci stavano le parole brevi, le locuzioni, le particelle, le preposizioni, le congiunzioni. Un po’ buttate a casaccio, tutte dentro un grande cesto, come le cassette negli autogrill.
Lui le prendeva senza amore. Si, ci perdeva del tempo per non scambiare un ci con un se, un chi con un ma, un te con un boh, un là con un po’, un pre con un post, un si con un eh, un fa con un da.
Insomma, nel suo archivio le parole avevano un senso, una logica, una ragione d’essere. E vicino a ciascuna ci stavano termini affini, con cui si sarebbero potuti accoppiare selvaggiamente. Vicino a preparativi ci stava fervono, in prossimità di credenza ci stava popolare, accanto a mass ci stava media.
Il guaio dello scrittore pignolo era Gelsomina. Donna pulita, attenta alle molliche sotto il divano, unica nel suo genere per togliere le macchie dai vetri, inimitabile nel rendere i colletti delle camicie perfettamente inamidati, era però poco attenta nella pulizia degli archivi parolieri.
Non era colpa sua, Gelsomina aveva la quinta elementare, cosa volete che ne potesse sapere, povera donna, di accenti gravi, di avverbi, consecutio temporum e parole lunghe o brevi.
Lui la rimproverava ogni volta:
– Dove hai messo il termine Stratosferico, Gelsomina?
– Dottore, io niente toccai.
– L’altra volta ho trovato Cucù accanto a Sdrucciolevole, il Quadro era Sedimentato, i Trigliceridi erano Stinti, il Brasato era Illogico. Io così non riesco a lavorare, lo capisci che con le parole io ci campo?
– Dottore, le giuro. Io solo una spolverata ci diedi!
Ma era del tutto inutile. Le parole, stanche di essere catalogate sempre in egual misura, di convivere per anni e anni con le identiche colleghe, approfittavano della confusione di Gelsomina, e a volte decidevano di dare libero sfogo alla loro curiosità. Un giorno la parola Massacro abbandonò l’arido Inumano e andò a gettarsi nel cesto dei monosillabici.
Fu un Massacro, per l’appunto.
Appena tornato a casa, lo scrittore pignolo non trovò un che manco a pagarlo, i lo erano diventati elle senza nemmeno apostrofo, un paio di perché erano diventati per, rendendo del tutto inutili una serie di punti interrogativi, i quali vagavano perplessi alla ricerca di una domanda inevasa.
Ogni parola faceva quello che voleva, anzi, quello voleva, vista l’assenza di che.
Depresso e indeciso sul da farsi, lo scrittore prese carta e penna e scrisse la lettera di licenziamento per Gelsomina.
Ecco cosa ne venne però fuori:
Illustrata Gelsomina,
essere disordinata produce gravi conseguenze multidisciplinari termoidrauliche da auto compattatore pro scrittore carriera nel compromessa.
Volevo ch t rimanessi in qualsivoglia metodologia, proto compagna de cotanta pulizia pluridecorata.
Adesso no posso reiterare tua presenza quotidiana co casino parolaio.
Fare avere arretrati te per continuare attività multi scrivente.
Salute
Lo scrittore pignolo visse il resto dei suoi giorni provando a catalogando riordinare le, rimettendo avverbi gli insieme articoli, sistemando parole, aggettivi le e .

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Quando lo capirai che mi ami?
L’hanno detto tre deejay,
è uscito sull’Espresso,
e se ne parla spesso
a volte oltre le sei.
Dario l’ha detto a Monica
Giusi è rimasta attonita
Rino c’ha avuto colica.
Mi ami, convinciti,
informati,
documentati,
verificalo.
Mi ami quando non mi pensi,
mi ami quando ti addormenti,
mi ami quando ti lamenti,
durante la pulizia dei denti.
Però non solo, che quella si fa ogni sei mesi.
Tu mi ami a giugno prima delle ferie,
mi ami a Novembre con gli ultimi bagni,
mi ami quando metti il piumone,
mi ami e fai il cambio stagione.
Che mi ami si vede da come mi abbracci
Che resti lì quei due secondi in più di un abbraccio caldo,
e quei due secondi marcano la differenza
tra amore e confidenza,
tra passione e strafottenza,
tra progetti di convivenza,
e felicità in potenza.
Tu mi ami, non nasconderlo.
Mi ami mentre mangi il mio polpettone,
mi ami perché allontani delusione,
mi ami perché se ridi
c’è convinzione.
Quando capirai che mi ami?
Ti mando un esperto di Miami,
ti sunto il tutto in un bignami,
aspetto ancora un altro domani,
senza stare con le mano in mani,
poi affitto un trivani.
Lo capirai a pasquetta,
tra capretto e capretta?
Forse lo scoprirai a Natale
E vedrai che non è male,
oppure sarà a Maggio
e inizieremo il viaggio.
Tu mi ami, me l’ha detto un vate
E con un viso perplesso
Chiedendosi: cosa aspettate
Voleva ci amassimo adesso.
Quando capirai che mi ami?
Fammelo sapere, ne ho diritto.

dio

Ciao Dio.
Avrei quattro o cinque cose da dirti
Però mi piacerebbe guardarti nell’occhio.
Spero che tu, quando verrai di nuovo sulla Terra
Abbia qualche minuto per me.
La regina delle domande te la faranno tutti
Ed è: Perché?
Forse la risposta è che ci saranno nell’universo
Infiniti mondi a noi sconosciuti
E tu sei solo a doverti occupare di tutto.
Mai che Buddha, Allah, Manitù facciano qualcosa,
al solito siamo!
Eppure sappi che il tuo enorme talento
Io non lo disconosco.
Uno che ha fatto i canyon,
i fondali marini,
gli occhi azzurri,
le foreste e le cascate,
Totti,
le tette di Eleonora Peretti,
non può che essere un Dio.
E proprio per questo, cazzo,
perdona il tono,
avresti potuto inventare un sacco di altre cose
utili a vivere meglio.
Dal momento che accade
Che si muore giovani, anche,
(hai preso Roberto a 36 anni,
Gaia a 26, Sandra a 56, Luigi a 49),
avresti potuto inventare qualcosa
per non fare soffrire i genitori.
Non manca a te la fantasia,
come quando hai inventato la giraffa.
Chi ci avrebbe pensato mai ad un animale
Con un collo così inutilmente eccessivo?
Lo so, caro Dio, molti dei mali del nostro tempo
Li abbiamo inventati noi.
Gli incidenti stradali, la Red Bull, i cinepanettoni,
la Fiat multipla, Andelkovic, Moccia,
la trattativa stato mafia, il parmigiano sulle vongole,
le scarpe ballerine, Il giornale di Sallusti,
il cerchietto, il caffè corretto, il ponte sullo stretto,
non sono colpa tua.
Però i sette peccati capitali,
le virtù teologali,
le ingiustizie mondiali,
Mi manchi, di Fausto Leali,
sono a carico tuo.
Non è chiaro come funziona questa cosa
Delle punizioni, delle malattie, delle morti.
È ormai acclarato
Che nulla ha a che fare
Con il merito, con le buona azioni,
con i fioretti.
Neppure i tuoi rappresentanti in terra
Mi sembra ne sappiano di più.
L’altro anno, al funerale di Patrizia
Il prete continuava a ripetere
che avremmo dovuto
essere contenti
per Patrizia.
Che il suo era un premio, che era passata a miglior vita
Che Tu l’avevi scelta e chiamata a te.
Potevi scegliere un prete pedofilo,
un criminale di guerra, un mafioso,
invece hai scelto Patrizia.
C’è tanto da discutere, Dio.
Non sarò prevenuto, se riuscirai a convincermi
Che questo è il sistema migliore,
te ne darò atto.
Fino ad allora sto nel dubbio,
mi consentirai.
Ciao Dio, non scegliermi ancora per un po’,
te ne sarei grato.

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Esco dal portone mentre un’automobile solleva acqua da una pozzanghera generosa. Ho scelto il giorno sbagliato per mettermi i pantaloni chiari.
La pioggia insiste in modo ostinato.
La pioggia se ne fotte.
Il mio meccanico ritiene opportuno modificare tutti gli ammortizzatori della mia macchina. Fosse per lui cambierebbe tutti gli ammortizzatori del mondo.
E io pago.
Io pago, mentre lui, non pago di questa bella notizia, mi ha detto che anche pezzi dai nomi mai sentiti del motore hanno fatto il loro tempo.
Anche lei, avrei voluto dirgli in faccia. Ma è di fiducia, dice mio padre, e la fiducia è una cosa seria. Così seria che io non la sprecherei per un meccanico ladro, in verità.
Mentre penso a ciò, e la pioggia se ne fotte, raggiungo la mia Lancia, proprio io che la spezzerei la Lancia, in favore di un’auto nuova, se solo il conto in banca lo consentisse.
Oggi è uno di quei giorni in cui i soliti ignoti hanno deciso di aprirla. Sono i buffi contrattempi del vivere in un quartiere popolare.
Non so come facciano. O il meccanico ladro di fiducia li ha dotati di un doppione di chiavi, e a quel punto il cerchio tra meccanico e ladro si chiuderebbe in maniera assoluta, oppure siamo di fronte ad una perizia degna di miglior sorte. Riservato a scassinatori più che abili, come i solutori delle parole crociate complicate.
Controllo di routine: forse hanno preso qualche CD, forse no.
I documenti sono al posto deputato, così come i deputati sono al loro posto, anche se non c’entra una mazza.
Metto in moto e mi accorgo che il finestrino non vuole saperne di andare giù o su come suo dovere. Su, in verità, non può andare, e giù non vuole, mettiamola così.
Poco male. Tanto piove, e la pioggia se ne fotte.
Vado per raggiungere l’ufficio, ma nella nostra amata città quando c’è acqua di cielo si crea un raduno festoso di automobilisti, tipo Woodstock, ma con meno erba da fumare e ciascuno per conto proprio. Però la musica ce la mettiamo, ognuno col proprio clacson e i più fantasiosi con le casse che offrono gratis melodie partenopee.
E parte napoletane, diceva il principe.
Ho saputo che anche questo mese siamo in ritardo con gli stipendi, che non vediamo da Maggio. Problemi con la ragioneria generale della regione, impegnata a liquidare stipendi dignitosissimi a funzionari indefessi, e compensi meno lauti a precari stabilizzati.
Scopro dopo poco che l’immobilità odierna della circolazione è causata proprio dai suddetti precari, ansiosi di ulteriori stabilizzazioni. A Palermo ci sono disgraziati di prima, seconda e terza fascia.
I primi si auto organizzano, cercano e trovano sponde politiche, alzano la voce, bruciano cassonetti e raggiungono scopi. Gli altri arrancano da soli, e piangono su spalle private, ove ne abbiano.
Decido di scendere dall’auto, di parlare con loro spiegandogli che se la nostra regione è arretrata è colpa di una logica assistenzialista che blocca ogni iniziativa, che in questo modo la politica non diventa più cosa pubblica ma cosa di pochi clienti ricattabili in nome del voto. Cosa nostra, direi. Anzi, cosa vostra, io mi defilo.
Mi riscaldo sempre di più, alzando il tono della voce e arringando le folle non per consenso, ma con lo scopo precipuo di ottenerne il totale disprezzo. Sto per dire loro quanto siano parassiti e squallidi, quando vengo scosso dal suono della macchina di dietro, la quale mi annuncia così che la coda si è mossa. Fortunatamente le mie intenzioni sono rimaste tali.
Mentre la pioggia persevera e se ne fotte.
La mia storia con Daniela si è brutalmente affumata. Dice che io non sono abbastanza maturo, che questa mia ostinazione ad occuparmi della malattia di mia madre è tipica dell’uomo quarantenne medio meridionale moderno. La settimana scorsa mi aveva detto che si sentiva pronta per diventare madre dei miei figli, adesso è tornata a convivere col suo ex.

Cose che capitano, penso mentre spengo il motore per preservarlo dall’inutilità momentanea. Mi sento inutile come lui, e insieme a lui si spegne un pezzo del mio umore.
Mio fratello mi dispensa giornaliere razioni di disfattismo catastrofista, da consumare a rate. Mentre queste rate stanno consumando me.
Ieri mi ha prospettato un nuovo scenario, secondo il quale a breve saremo costretti ad internare i nostri genitori per potere disporre del patrimonio residuo. Io non so bene cosa intendesse per internare. Mia madre è internata a casa da un po’, ma non credo che l’accezione sua fosse questa. Vorrebbe vendere la casa in campagna per autoprodurre il suo disco, che entro cinque anni trionferà a Sanremo. Dice che così diventeremo ricchi e potremo comprarci tutte le case in campagna che vorremo.
Mio padre appena ha sentito questa cosa di Sanremo voleva interdire mio fratello.
Per fortuna ho imparato a gestire i momenti difficili, e anche a gestire lui.
Vado avanti di qualche metro, accompagnato dalla cadenza ossessiva dei tergicristalli.
Per oggi aspetto la risposta su un nuovo lavoro, dove verrebbero finalmente valorizzate le mie qualità e corroborato il mio stipendio. Si tratta dell’esito di un colloquio di lavoro con una società di proprietà dello Stato, svolto qualche mese fa, con esitus interruptus.
Sarebbe una bella svolta della mia vita, potrei cambiare gli ammortizzatori e produrre il disco di mio fratello, così da farmi interdire con lui. La famiglia è sangue del proprio sangue. E la pioggia continua a fottersene.
Adesso il finestrino è sceso, compiendo metà del suo dovere. L’altra metà sarebbe quella di risalire, ma per adesso non se ne parla.
Anche di questo la pioggia se ne fotte. Ed entra.
Mentre armeggio con il vetro, provando a tirarlo su all’antica, mi squilla il cellulare. È il mio amico Luciano, che mi comunicherà certamente buone nuove per il colloquio di lavoro.
Mentre l’acqua entra, i manifestanti rumoreggiano, quello di dietro batte il record di clacson continuato, e un vigile mi guarda e scrive i numeri della mia targa su un taccuino, Luciano mi dice che hanno avuto un’ottima impressione di me, proprio utilizzando queste parole.

Un’ottima impressione.

Ma il momento politico non si presta a nuove assunzioni, lo Stato ha dirottato i fondi necessari per il mio impiego sulla stabilizzazione dei precari, e così resta la soddisfazione dell’ottima impressione e la pioggia di taglio sul maglione.
Ma tanto quella se ne fotte.

amore

Se non vuoi spegnere il cellulare fino all’ultimo, e ancora dopo, sperando in un messaggio
Allora è amore.
Se hai le farfalle nello stomaco è amore
Se hai le farfalle nella pasta è scaduta.
Se la guardi mentre siete a cena e non riesci a mangiare
Dovrebbe essere amore.
Inappetenza no, non è romantico.
Se pensi che la desideri come la prima volta dopo dieci anni,
non è amore, è amnesia.
Se ti porta il gelato mentre sei davanti alla partita della Roma sul divano
E ci mette anche del Bacardi
Allora è amore.
Facile.
Se ci mette del sambuca, no.
Non è amore, è incompetenza.
Se ridete rimembrando le prime volte nelle quali vi siete frequentati
Scritti
Telefonati
Parlati fino alle tre di notte
No, non basta.
Magari siete ironici, non è detto sia amore.
Se cucina per te non è certo
Ma se cucina per te e ci mette amore
È amore, manco a dirlo.
Dice: e come faccio a vedere se ci mette amore?
Ecco, se lei o lui ci mette amore
E tu non te ne accorgi
Ti limiti al sapore in se
Al grado di cottura del cotechino,
Al tipo di riso utilizzato,
Se Roma, Arborio, Gallo,
alla presenza o meno di noce moscata,
Allora vattene.
Non è amore per te.
Se russa non è amore,
è perdita di tono dei muscoli del palato molle o dell’ugola.
Se in albergo prende tutto lo spazio dell’armadio
E non ti lascia nemmeno una gruccia
Non fartene cruccio, non è amore.
Se ti chiama Principessa potrebbe essere amore
Se non avesse chiamato così anche le altre
Ventisette prima di te.
Se ti tiene la mano
È amore
Se ti dà una mano
È gentile
Se la chiede a tuo padre
È amorone.
Se ti insapona la schiena
È utile
Che ci deve essere un punto nella schiena di tutti i single
Che non si pulisce mai.
Una specie di punto G della solitudine.
Se quando ti bacia tiene gli occhi chiusi
O è amore
O è astigmatismo.
Se ti pianta i piedi ghiacciati addosso in piena notte
Non è morta, non preoccuparti.
E non è detto sia amore, ha a che fare con la circolazione.
Se smette di fumare per te
Probabilmente è amore
Se incomincia a fumare con te
Probabilmente è tumore.
Se ti dice di portare giù l’immondizia
È tardi.
Se la porta giù lei/lui
È amore.
Se sta con te a vedersi il clasico espanolo
Che le femmine manco lo sanno
Ma è Barcellona – Real Madrid
Allora è amore.
Se lo fa dopo più di un anno che state insieme
Non è amore, è interessata al tuo patrimonio.
Se tu ricambi guardando il film coreano
Secondo al Sundance film festival
Allora è amore ricambiato.
Sposala.
Scene da un patrimonio.

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Le nuove generazioni le conosciamo. I ragazzini di oggi sono tecnologicamente avanzati, non ce n’è uno che non sia connesso col mondo h24, che non abbia playstation, wii, nintendo, e altre diavolerie che un adulto nintende proprio.
Il fatto è che noi viviamo in un’epoca nella quale in trent’anni le cose sono cambiate come se ne fossero passati mille, e la nostra generazione si è trovata a cavallo di questa rivoluzione silenziosa.
In nessun’altra epoca trent’anni hanno mutato in egual misura usi e costumi. Dal 1850 al 1880 non ci fu lo stesso sommovimento, per dire.
Il massimo del cambiamento fu una montatura diversa di occhiali di Cavour.
Ma torniamo a noi: dicevo dei videogiochi. Io ricordo quando arrivarono quelli da attaccare alla tv. C’era il tennis, il mio preferito. Su uno schermo blu era disegnato un quadrato con una linea continua in mezzo, suppongo la rete vista dall’alto, nelle intenzioni del progettista, credo fosse Giugiaro, e a fondo campo i due giocatori. Oddio, giocatori… erano due fiammiferi che si muovevano in una sola dimensione, verso l’alto o verso il basso, e, impattando con una pallina quadrata dovevano rimandarla dall’altra parte. Anche facendola sbattere al muro, cosa non consentita nei tornei del grande slam.
Nel tennis dei videogiochi di adesso puoi scegliere il tuo atleta preferito, la racchetta in tungsteno, e far fare a Federer le volèè, gli ace, i top spin, i lob, gli smash. Premendo contemporaneamente otto tastini con due mani. Puoi decidere l’abbigliamento firmato del tennista, il suo deodorante, con chi farlo fidanzare. Oppure puoi muovere il joy stick, credo si chiami così, come fosse una racchetta, e tu un deficiente che colpisce palline immaginarie credendo di essere al rolland garros e finendo per rompere il vaso finto cinese del salotto lussandoti una spalla, visto che l’ultima sport che avevi fatto era il burraco del lunedì sera.
Siamo una generazione confusa, indecisa se guardare indietro (non facciamo altro che ricordare i bei tempi andati), magari anche per evitare di rompere il vaso del salotto, o provare ad adattarsi al cambiamento.
Con i social network crediamo di avere raggiunto il massimo. I ragazzini di oggi coi social ci sono nati, pensano sia la normalità del vivere quotidiano. Per noi no, noi siamo una generazione di fruitori passivi, di teleutenti un po’ rinco, quelli che già pensavano di avere raggiunto la libertà con l’arrivo delle televisioni private, e il passaggio da due canali a decine.
Che si vedessero decine di boiate poco importava, vuoi mettere la possibilità di scelta?
In quel caso il massimo di interattività possibile era quello di mandare affanculo Emilio Fede durante il tg4, o inveire contro il televisore se Cabrini sbagliava il rigore in finale, ma il tuo grido al più arrivava al vicino di casa, non lasciava spazio alla soddisfazione dello sfogo. Oggi, con i social, puoi insultare tutti: politici, giornalisti, showman, vip di ogni tipo. “Che hai fatto oggi?” “Mah, niente, stamattina prima di uscire ho detto a Gasparri che era un coglione, ho chiesto a Renzi di dare gli 80 euro pure a mio cognato disoccupato, ho chattato con la Pascale, ho mandato la foto del mio cane a Dudù.”
Non cambia un cazzo, ma vuoi mettere la soddisfazione?
Perché solo Grillo deve mandare affanculo tutti? Lo faccio anche io, almeno non mi ammalo di stress.
Comunque non sono solo queste le soddisfazioni. Con facebook non mi limito più a recepire passivamente le notizie. È come se avessi un quotidiano personalizzato da sfogliare non appena sveglio.
Dunque, vediamo cosa è successo stamattina: ecco, Mimmo deve piazzare due gattini, Muriel ce l’ha con gli uomini, Fausto se la prende con una stronza dedicandole la canzone di Masini, Riccardo ha fotografato il gatò di patate di ieri sera, Lucio festeggia lo scudetto della Juve. Adesso sì che l’informazione indipendente, la circolazione delle idee, la veicolazione dei contenuti, delle notizie è davvero libera. Non sono più i grandi gruppi industriali proprietari dei giornali, le lobby delle banche che devono dirci quali gattini adottare, quali femmine odiare, quali gatò cucinare, quando esultare per lo scudetto.
Se la vera rivoluzione è determinata dalla conoscenza, come facevo prima a ritenermi un uomo completo senza sapere che Raffaella parteciperà alla serata Disco apericena anni settanta ottanta con deejay Ludovico? Tra l’altro con consumazione inclusa e sconto 30% per le donne!
Fa piacere vedere che anni di lotte politiche, di collettivi, manifestazioni, impegno sociale si siano sostanziate in un selfie collettivo, negli aforismi di Coelho, negli inviti a Farmville, nelle foto della salsiccia arrotolata, nei commenti contro i lunedì e la pioggia a primavera, e nelle richiesta di sangue per una donna mai esistita.
Abbiamo uno strumento straordinario, la possibilità di comunicare con chiunque in tempo reale, di essere parte attiva di un tutto cosmico, ma nessuno ci ha detto come utilizzarlo. Oppure quegli anni di inebetimento televisivo ci hanno lasciati un attimo impreparati.
Come un bimbo che incontra il suo personaggio dei cartoni animati preferito e può parlargli, restiamo attoniti, sorpresi di fronte a cotanta possibilità. L’unica cosa che riusciamo a fare, nell’era della comunicazione orizzontale, della partecipazione collettiva, è insultare l’altro. Che sia interista, catanese, grillino, berlusconiano, renziano, laziale, frocio, automobilista, vecchio o giovane, l’importante è denigrare, attaccare e offendere chi non la pensa come noi. Ma cosa volevate, è da anni che stiamo zitti, assuppiamo tutto, e adesso che possiamo partecipare anche noi, ci volete levare il sano piacere di mandare a quel paese un nemico a caso?

cappuccetto
Cappuccetto rosso era un’adolescente comunista e ribelle. Viveva nel quartiere San Lorenzo, a Roma, in un centro sociale occupato. I genitori, due cinquantenni dell’opus dei, l’avevano cacciata di casa dopo anni turbolenti, il giorno che l’avevano scoperta trombare con il parroco venuto a benedire la casa.
Da allora Cappuccetto aveva rapporti solo con la nonna, intanto perché non le lesinava mai una carta da cinquanta, e poi perché la vecchia era tosta, anche lei No Tav e compagna alla grandissima.
La nonna Adele viveva da sola, anche se da quando era vedova non si faceva mancare nulla, soprattutto la compagnia maschile, per lo più occasionale. Solo che viveva alla Prenestina, e per Cappuccetto era un viaggio, ricco di insidie e di fasci di casa pound.
Un giorno nonna Adele la chiamò, voleva portati del rosbiff ungherese, uova di lompo e un Ferrari d’annata. Doveva avere giri quella sera, e non stiamo parlando di verdure bollite.
Adele prese tutto a credito dal pizzicagnolo sotto casa, roba il più simile possibile a quella desiderata dalla vecchia, e si incamminò verso la meta, cambiando due autobus e una metro, maledicendo tra se quel fascio di merda del sindaco.
Al capolinea scese e si accollò quel chilometro da fare a piedi, con un vento freddo che le entrava sotto il cappuccetto, arrossando anche le gote e gli occhi.
Il primo che incontrò fu un vecchio guardone del quartiere, detto Bellicapelli per la sua pelata integrale.
– An do vai, cocca de mamma? Viè qua che se famo na pizza bianca insieme.
– Grazie, ho premura.
– E daje, che la pizza mo t’aa dò davero davero se nun me fai vedè manco na sisa!
Cappuccetto ormai aveva testato su se stessa l’assoluta inoffensività di Bellicapelli, tanto disgustoso quanto caricato a salve. Non gli diede corda, mentre quello continuava a parlarle in un crescendo di laidità e bava.
Superato il primo ostacolo si imbatté in un gruppo di teppistelli neri e borchiati.
Il secondo livello fu più complicato, come nei videogiochi, ma Cappuccio se la cavò ancora una volta, dando fondo al suo ottimo allenamento nella velocità breve.
Il terzo girone era rappresentato da un manipolo di vecchie comari, la cui arma principale constava di cattiverie assortite, supportate da fatti reali, conosciuti chissà come.
– Anvedi chi c’è sta, a principessa sur pisello!
– Per me nun è mica vero! Nun ce sta er pisello sotto sta principessa, ce ne stanno a migliaia!
– Tale nonna, tale nipote, me venisse da dì.
– Epperchè i genitori se stanno affà li cazzacci loro. Sta povera creatura se deve pure guadagnà quarcosa, mica po’ annà ad Arcore, scusate.
– Ennò che nun po’. Là se chiamano escorte e se fanno pagà na cifra, li mortacci loro. Qui da noi sò mignotte.
Cappuccetto si mise a cantare per non sentire le vecchie stronze, fece ancora pochi metri e finalmente arrivò a casa di nonna Adele.
Entrò nel portone con le chiavi e salì all’ammezzato del vecchio e maleodorante palazzo.
Appena in casa si diresse in camera da letto, dove vide mezzo viso nell’ombra, quasi interamente coperto dal piumone.
– Nonna, dormi?
– Eh?
– Nonna, ma che voce roca che hai! E poi che ti sono cresciuti i baffi?
– Nun so tu nonna, so Armando. Er macellaio dell’angolo, se conoscemo Capuccè!
– Oh, Armà, come te butta?
– Sto bbene. Nonna tua sta ar trucco, che hai portato, cose buone? Puoi restà a magnà co noi, ho fatto na pajata che metà abbasta!
– No, Armando, ti ringrazio. C’abbiamo riunione al centro sociale per organizzare la manifestazione di sabato davanti a Montecitorio. Ci vieni anche tu? Faremo un bel po’ di casino.
– Ma io so vecchio, Cappuccè. Ormai semo stanchi, annate avanti voi che siete regazzi.
Dopo pochi minuti di convenevoli nonna Adele tornò dal bagno, giovanile come un’attrice del secolo passato.
– A cocca mia, viè da nonna tua. Ma quanto sei caruccia. Quanno me porti un bell’omo vero? No sti ragazzetti che te girano attorno?!
– A nonna, ancora co sta storia. Nun li filo proprio de pezza sti ragazzetti, come li chiami tu. Sto a pensà ar collettivo, alle manifestazioni, alla lotta. Come dice Armando, se nun ce penzamo noi chi lo deve da fa?
– Vabbè, lassamo perdere. Io alla tua età già facevo l’ammore co nonno tuo!
Cappuccetto tagliò corto, incassò la mezza piotta più le spese, e tornò indietro nel suo percorso inverso, con le insidie ormai depotenziate.
Incappò solo nel Lupo, un suo ex fidanzato mai rassegnato che provò ancora ad attaccare bottone.
Ma non ci fu verso, e ognuno visse nel suo mondo, mai veramente felice o contento.

vecchio

I vecchi subiscon l’ingiurie degli anni
Non sanno distinguere il vero dai sogni
I vecchi non sanno nel loro pensiero
Distinguer nei sogni il falso dal vero
(Francesco Guccini – Il vecchio e il bambino)

Simona aveva premura quella mattina. Leggero ritardo nell’orario per prendere l’autobus che da Monreale l’avrebbe condotta a Palermo. Affrettò il passo, quel tanto che le concedevano i tacchi alti.
Era appariscente come sempre, con la sua folta capigliatura bionda, il vestito bianco sotto la giacca rossa. Ormai i locali la conoscevano, non li stupiva, benché continuassero a guardarla con discreta lascivia.
Il pullman era ancora al capolinea, e Simona tirò un sospiro di sollievo.
Stava per entrare, quando si sentì bloccare il braccio.
Era un signore anziano, più vicino agli ottanta che ai settanta.
Simona ebbe un moto di fastidio, non altro.
– Cosa fa, mi lasci!
Il vecchio allentò la presa, e si mise negli occhi uno sguardo implorante. C’era qualcosa che la spinse a non liquidare quella silenziosa richiesta di aiuto.
Forse ebbe il tempo di ripensare a tutte le persone anziane che aveva incontrato nella sua vita. Suo nonno morì quando lei era ancora troppo piccola, e Simona da allora si attaccò in maniera quasi morbosa alla nonna, visto che i vecchi muoiono e bisogna goderseli finché stanno al mondo.
Poi morirono gli altri nonni, e i suoi genitori invecchiarono. Tutti modificavano il loro sguardo, perdendo mordente, vivacità e cattiveria, come un soprano senza più acuti.
Simona guardò quel vecchio sconosciuto mentre il motore del pullman metteva premura.
– Mi dica, voleva qualcosa da me?
L’anziano cominciò a lacrimare, le parole indugiavano.
L’autista diede un colpo di clacson, discreto.
– Signorina, mi scusi… non volevo disturbarla. Lei mi ricorda tanto una persona, sa?
Cosa dire in occasioni come quella? Cosa fare per uscire da un imbarazzo imprevisto?
– Si… Guardi, mi scusi, mi parte il pullman. Devo lavorare…
– La prego. Solo un caffè. Poi la lascerò andare.
A volte si fanno cose contro la logica, contro il buon senso e il corso già scritto della nostra vita. Ma è proprio per quello che Simona decise di dare ascolto a quell’uomo. Per non seguire un copione stabilito da altri, per concedere rispetto e ascolto a chi, per una volta, glielo chiedeva con lacrime e speranza.
Fece un cenno all’autista, che chiuse la porta e si avviò verso Palermo.
– Con piacere. Andiamo.
– Grazie signorina Liliana.
– Mi chiamo Simona, piacere.
– No, per favore.
– Come no?
– Per mezz’ora mi faccia sognare. Liliana avrà avuto la sua età, stessi capelli, stessa espressione, stesso corpo. O forse è l’età che gioca brutti scherzi. Non lo so.
Ecco svelato l’arcano. Una banale somiglianza, che le avrebbe fatto perdere un’ora di lavoro. Che stupida a lasciarmi irretire da un povero vecchietto. Tutto questo per non sapere dire di no.
– Venga, sediamoci là. Non le farò perdere molto tempo Liliana. Ho una storia breve da raccontarle. Poi andrà via, non la disturberò più.
– Non si preoccupi, signor…?
– Raspetti Michele. Onoratissimo.
– Non si preoccupi signor Michele. Il prossimo pullman è tra un’ora. Abbiamo il tempo che vogliamo.
Ordinarono un cappuccino lui e un’orzata lei. Raspetti sembrava non avere fretta. Forse l’annuncio di quei sessanta lunghi minuti a sua disposizione lo avevano tranquillizzato. Dovevano essere più che sufficienti.
Si gustò il suo cappuccino, poi si asciugò la bocca e cominciò il suo racconto.
– Cinquanta anni fa. Più o meno. La vidi per la prima volta a pochi metri di distanza da dove era lei, signorina. Restai colpito, non avevo mai visto una bellezza del genere. E si che di donne ne avevo avute, non ero più un ragazzino impacciato. Ma quando apparve Liliana tornai adolescente, goffo e afono, timido e scostante. Non riuscivo nemmeno a guardarla, e lei poi mi disse che questa cosa la incuriosì. Era arrivata da pochi giorni a Monreale, i suoi genitori erano venuti a vivere qui, suo padre era diventato il direttore della filiale locale della banca. Tutti non facevano che guardarla, chi le fischiava dietro, i più cafoni tra i miei concittadini, chi cercava approcci di ogni tipo, galante o diretto. Lei scelse me. Qualche giorno avanti, senza che io fossi più riuscito a guardarla, mi si avvicinò al bar, e mi chiese se le offrivo una coppa del nonno. Non lo dimenticherò mai. Gliela comprai senza dire una parola, e la guardai mentre con il cucchiaino a paletta la consumava lentamente. Lei rideva, mi rideva in faccia, si burlava della mia imbranataggine. Poi gettò la coppetta non ancora vuota, mi prese per mano, ricordo di essermi sentito un eroe davanti a tutto il paese, e mi portò a fare una passeggiata, verso il belvedere.
Lì finalmente cominciai a parlare, e fui un fiume in piena. Credo di averle raccontato tutti i miei trent’anni di allora, saltando episodi inutili, il mio anno di militare, qualcuna delle mie conquiste, le malattie esantematiche. Ci baciammo dopo nemmeno un’ora, e fu il più bel bacio della mia vita.
Il tempo galleggiava come un’astronauta esperto, i suoni arrivavano ovattati, la sua lingua si faceva avanti nella mia bocca come sapesse la strada. Penso di avere perfino sentito le campane.
Me ne innamorai perdutamente, come non pensavo si potesse fare.
Era più giovane di me di una decina d’anni, ma era decisamente più matura.
Aveva solo un difetto, le piaceva piacere. Io che non avevo mai sofferto di gelosia ne fui accecato.
Si mostrava per quello che era, una meraviglia di ragazza, e non disdegnava complimenti, approcci, corteggiamenti, che incoraggiava con sguardi e non solo.
Lei mi giurava eterno amore, ma io friggevo quando non era con me. Cominciai a fantasticare di tutto, immaginandomi accoppiamenti selvaggi con metà del paese, che, nella mia mente malata, mi rideva dietro.
L’amore non basta, pensai.
Avevo tutto per potere essere felice, e invece mi dannavo per ciò che accadeva soltanto dentro i miei sogni, in situazioni nate e morte dentro la mia testa.

Michele fece una pausa. Piangeva in silenzio, e guardava negli occhi Simona. Da parte sua lei lo osservava rapita, chiedendosi dove sarebbe andato a parare.
– Non ce la feci a reggere il peso di quella gelosia. Mi dispiace, signorina.
– La lasciò andare via?
– Magari.
Un brivido percorse la schiena di Simona. Una di quelle sensazioni sgradevoli a cui non si vuole dare ascolto, ma che ti travolgono.
– Che vuol dire magari, cosa fece?
– Doveva essere mia per sempre, e non c’era che un modo.
– Oddio, quale?
– La invitai a pranzo. Sembrava un giorno come tanti altri, io e lei a casa mia. Mangiammo, facemmo l’amore più volte, prima con dolcezza, poi con rabbia. Una rabbia che non la lasciò indifferente. Mai ero stato così aggressivo nell’intimità, e lei lo percepì. Forse qualche secondo prima che con un abat jour le spaccassi il cranio.
– Ma cosa dice? Ma lei è pazzo!
– Si, lo ero. Smise di respirare dopo quattro o cinque colpi. Ricordo come la mia lucidità in quei momenti mi fece paura. Riuscivo solamente a pensare a quanto non avrei più sofferto per amore, nessuno le avrebbe più guardato il culo, nessuno l’avrebbe posseduta mai più. L’unica cosa era sbarazzarsi del corpo, ma avevo pensato anche a quello. Non ce l’avrei fatta a mangiarla tutta in una volta, ma disponevo di un ampio surgelatore. È incredibile di quanta carne ci cibiamo durante l’inverno.
– Ma lei è un mostro, che cosa vuole da me?
– Non voglio nulla signorina, non ho mai pagato per le mie colpe, Liliana non fu mai trovata e io me la cavai con un paio di interrogatori maldestri. I film, mia cara, sono un’altra cosa. E anche le coscienze, si può vivere benissimo se si ignora il rimorso.
Adesso il vecchio non piangeva più, e le sue parole stonavano in quel corpo minuto, in quel viso segnato, in quegli occhi inespressivi.
Simona era terrorizzata, sentiva un conato salire fino alla gola, la nausea prendere campo. Si alzò da quel tavolino con tutto l’orrore del mondo. Andò via quasi camminando all’indietro, guardando quell’assassino freddo e cinico, in un misto di disprezzo e paura.
– Ma dove va signorina, la storia non finisce qui.
– Si fotta, uomo di merda!
Si mise a correre in direzione del pullman, inciampando e rompendo un tacco. Sentiva il cuore in gola, si avvicinò ad una aiuola e rigettò l’orzata.
Stava per riprendere a respirare, quando sentì una mano sulla sua spalla, fredda e inattesa. Lanciò un urlo inumano, lungo e liberatorio, accompagnato da un salto in avanti che la fece cadere sul suo stesso vomito.
Un altro uomo anziano la guardava con aria interrogativa, mortificato per averla impaurita.
– Signorina, mi perdoni. Non volevo spaventarla. A lei cosa ha raccontato, che l’ha tritata a pezzettini?
– Eh? Co…come?
– Si, il vecchio Raspetti. Ogni volta se ne inventa una nuova, sempre per spaventare qualche donna diversa. Lo lasci stare, è l’arteriosclerosi. Nemmeno i suoi figli gli danno più retta.
Simona si pulì il vestito con movimenti concitati, come meglio poteva, si alzò in piedi e cercò la via di casa. Un giorno di riposo non le avrebbe fatto male.
Sentì sul viso un vento fresco che le dava un po’ di sollievo ma non riusciva a togliersi dalla mente quel vecchio matto.
Camminava con passo incerto per via del tacco rotto e inciampò in un giornale accartocciato. Una copia del Giornale di Sicilia che giorni dopo avrebbe pubblicato un articolo su di una ragazza scomparsa nel nulla a Monreale, come cinquant’anni prima. Con la sua foto tessera.

E poi disse al vecchio, con voce sognante
Mi piaccion le fiabe, raccontane altre…