racconti

nostalgia-anni-80
Gli anni 80 non sono uguali per tutti.
Come un quadro impressionista ognuno li guarda dalla sua angolazione. Ciascuno dalla sua prospettiva, con le sue esperienze, con la propria età.
Qualcuno negli anni 80 non era nato, altri erano già maturi, altri ancora navigavano nelle perigliose acque ormonali dell’adolescenza inquieta, quella delle primissime televisioni private che il venerdì sera concedevano inimmaginabili scenari erotici a orari proibiti.
Già, il sesso.
Questo sconosciuto.
Almeno per me.
Perché esiste un momento della vita nel quale sembra di stare in un documentario di Piero Angela sugli accoppiamenti della savana, con il mondo che tromba e tu che fai l’operatore. In realtà non è così, ma i compagni più scafati raccontavano balle sesquipedali per impressionare l’uditorio. A quindici anni trovare uno ancora vergine nella mia classe era mission impossible. C’era Carlo che a suo dire aveva perso la verginità grazie ad un’amica della mamma a dodici anni, e poi aveva collezionato una serie di conquiste che manco un idraulico in un film hard.
Poi si cresceva, e qualcuna ci stava veramente.
Oddio, non con me. Ma con i compagni più grandi, i ripetenti, si.
Solo che almeno io avevo un enorme pregio, agli occhi dei miei compagni già patentati e fidanzati: la casa al mare.
Di solito ci si andava quando ce la si buttava tutti insieme, il venerdì con 2 ore di matematica e due di fisica. Via con i motorini verso Aspra, sosta a Ficarazzi per il pane di casa caldo, e tutti al mare, in primavera, a casa mia a fare i primi bagni.
Un giorno Corrado, il più amico, il più toco dei miei compagni me lo chiese:
– Sai, con Rosanna non abbiamo dove andare. Non è che mi presteresti casa tua?
– Mah, veramente non so. Sai com’è, mio padre forse non vuole…
– Ma dai, nemmeno se ne accorge. Lascio tutto come l’ho trovato. Grazie grazie grazie!
Io non sapevo dire di no. Mi assicurai che Corrado non dicesse niente a nessuno, e gli diedi le chiavi. Dopo qualche giorno fu la volta di Sergio, e poi Fabio, Guido, Antonio.
Ormai ero fottuto. Non potevo dire di no a nessuno, pena l’esclusione dal gruppo.
Almeno mi feci ripagare in colazioni alla ricreazione. Calzoni fritti a gogò.
Cominciai a tenere un’agendina, la faccenda si era fatta complicata:
– Lunedì Carlo con Laura
– Martedì Francesco con Gabriella
– Mercoledì Sergio con Laura
– Giovedì Fabrizio con Laura…
A un certo punto feci una copia delle chiavi e la diedi a Laura, risparmiavo tempo.
Un giorno, visto che c’era un Venerdì vuoto, chiesi a Laura cosa facesse quella sera. Mi disse che era l’unica sera nella quale usciva col fidanzato.
Io ancora minorenne, un anno avanti a scuola, sognavo le gioie del sesso.
Pensavo che bastasse compiere diciotto anni per avere diritto a una ragazza, tipo la visita militare. Capii da allora e per sempre che la conquista era lacrime e sangue, e soprattutto concorrenza sleale nei confronti degli altri maschi.
Ma questo è un altro discorso.
Io ero molto amico di Giusi, una ragazzina coetanea che stava nel mio palazzo, un piano sopra il mio.
Era l’unica femmina con la quale interagissi in qualche modo. Lei mi raccontava tutto, in particolar le raccomandazioni di sua madre, un pippone sul valore della verginità, sull’importanza di preservarsi fino a quando non fosse stata certa che l’uomo amato era quello giusto, meritevole del dono prezioso a tutti negato.
A casa mia non si parlava mai di sesso. Qualcosa la intuivo dai miei fratelli più grandi, che si portavano delle ragazze e si chiudevano in stanza quando io volevo giocare con loro. Il gioco che mi facevano fare sempre era un gioco curioso, che ricordo ancora oggi: dovevo andare in cucina, dall’altra parte della casa, e contare fino a mille prima di farmi rivedere. Ma forse sbagliavo qualcosa, perché anche dopo avere contato fino a mille, tornavo e la stanza era ancora chiusa, chissà perché. Era un gioco con regole nettamente da rivedere.
Proprio per questo pudore familiare, condizionato dalle raccomandazioni della mamma di Giusi, applicavo anche io il teorema del valore virginale. Non che ce ne fosse sto gran bisogno, eppure proprio l’unica volta che, a una festa di compagni, Laura, forse per l’eccesso di alcool, forse per completare l’album, mi propose di appartarmi con lei, io le dissi che per me la verginità era un valore, e che ci tenevo a concedermi soltanto nei confronti della donna della mia vita.
Non capisco ancora, a distanza di anni, che cazzo avesse da ridere.

Il Quinto 5 RGB

Ho letto che studiosi insigni sostengono che il partner ideale, quello giusto, quello che cambia i pannolini e si sveglia di notte se il bimbo piange, quello che sa ascoltarti pure quando deliri, che non è gelosa se esci con una tua ex, che ti fa vedere la partita e anzi la vede con te, questa specie di creatura mitologica, metà Cameron Diaz e metà Margherita Hack, e con le due metà al punto giusto, questo mix tra Luca Argentero e Pablo Neruda, spunti al quinto tentativo.
Il partner ideale viene dopo il quarto.

Sono studi empirici, con esperimenti sul campo. C’è da crederci.
Appena ho appreso la notizia, riponendo una grande fiducia nella scienza, ho lasciato immediatamente Francesca.

Si, la amavo, ma perché perdere tempo con una quarta? Una quarta abbondante, non male, per carità, ma non era la quinta. Stava dietro le quinte, si direbbe.
Mi piaceva molto Laura. Sarebbe stata la quinta della mia vita, se si esclude un flirt delle elementari, ma credo che per gli studiosi quel tipo di relazioni non siano contemplate.
Anche io le piacevo, me lo confessò con mio gaudium magnum.
È latino, non c’entra il magnum mangiato all’intervallo del film al cinema Gaudium.
Solo che si palesò un grave problema.
Io per lei non ero il quinto, ma sarei stato il quarto.
Provai a contattare gli studiosi in questione, per vedere se una quinta e un quarto andavano bene, se il quattro poteva entrare nel cinque, senza che il resto avesse compromesso la buona riuscita della nostra unione.

Ma non mi rispose nessuno.
Quando ti servono, sti scienziati non si trovano mai.
Laura ebbe un’idea. Un’idea sulla quale io ebbi qualche perplessità.

Lei si sarebbe concessa ad Armando, uno storico corteggiatore, e poi sarebbe venuta con me, che nel frattempo ovviamente avrei dovuto attenderla, per non andare avanti nella numerazione attipo salumeria.
Lei si mise con Armando, e quando io, dopo due mesi, le chiesi di lasciarlo, per sancire il successo della nostra unione perfetta, lei obiettò, disse che non si poteva fare così repentinamente, che gli scienziati se ne accorgono che vogliamo pigliarli per il culo.
Mi disse di non essere impaziente, e soprattutto di non accoppiarmi con nessuna, altrimenti avrei alterato anni e anni di ricerche empiriche di dotti studiosi della materia.
Dopo altri otto mesi Laura mi chiamò, e io non stavo nella pelle per la felicità.
Mi disse che era sorto un problemino.
Che problemino?
Nulla di che, solo che Armando era partito per un viaggio di lavoro, e lei aveva dovuto chiamare il tecnico della caldaia per un mal funzionamento.
Il tecnico era una persona assai garbata, gentile e disponibile.
Forse fu troppo disponibile, perché si era fottuto il mio numero cinque.
In buona sostanza io avevo in mano il numero sei, alla faccia della scienza.
Laura piangeva, diceva che non avrebbe voluto che fosse finita così, che era un peccato dovere accantonare tutti i nostri progetti per un caldaista bonazzo.
Le dispiaceva anche lasciare Armando non per me, ma per il caldaista, che tra l’altro pare avesse avuto un sacco di donne, per cui la faccenda del quinto compagno andava a donnine allegre.
Alla fine Laura, tramite un cugino di Cosenza ricercatore al Cern, era riuscita a contattare uno degli autori della ricerca sul quinto, ottenendo una deroga alla teoria del numero cinque perfetto.
Una specie di corollario alla teoria, che non sarebbe andato ad inficiare l’impalcatura della ricerca. L’eccezione alla regola recitava pressappoco così: “Data una situazione di coppia, una trombata occasionale con un tecnico venuto a domicilio e/o chiamato per la bisogna, sia esso caldaista e/o idraulico, e/o fontaniere, e/o antennista, non è da considerarsi come numerabile tradizionalmente, bensì una sorta di 4 bis, per nulla indicato come compagno perfetto nella vita. In fede, ricercatore dell’uomo e/o donna perfetta numero due.”
Laura fu molto contenta, intanto perché occasionalmente potè incontrare ancora il caldaista senza per forza doverla considerare l’unione della vita, e poi perché io sarei sempre stato in pole position come quinto perfetto.
Adesso è trascorso un anno e mezzo, Laura aspetta il secondo figlio e io l’attendo ancora.
Anche se ho sentito parlare di una cosa che mi inquieta un minimo.
La cessione del quinto.

Ne sapete parlare?

smile
In tempi di crisi ho dovuto reinventarmi. Ho cambiato lavoro.
D’altronde bisogna essere pronti a prevenire i momenti difficili, e per quello che facevo io tirava una brutta aria.
Fino a pochi mesi fa io vendevo sorrisi. Non sorrisi industriali, quelli posticci e finti, ma espressioni singole personalizzate e tutte lavorate a mano dal sottoscritto.
Un lavoro come non se ne fanno più.
Modestamente sorrisi come i miei non erano tanti a saperli fare. Io ho l’arte, me l’hanno insegnata mio padre e mio nonno. Il vero sorriso non si fa solo con l’allargamento della bocca. Per quello sono bravi tutti.
Bisogna disegnare un movimento complessivo del viso, che parte dalle guance, ma che poi deve interessare il naso, gli occhi, le sopracciglia e a volte anche la fronte.
Intanto si devono allargare le narici, ma il naso non si deve contrarre verso l’alto, altrimenti sembra che avete trovato uno scarafaggio peloso sul cuscino. Ecco, proprio quel movimento che avete fatto adesso leggendo dello scarafaggio!
Bravi, adesso questo era un sorriso migliore, ma si può fare di più.
Va gettata un po’ d’aria sempre dal naso, ma non troppa da somigliare a un tricheco. Proprio un soffietto. Quasi un singulto.
Le gote si gonfiano un minimo, anche in maniera asimmetrica per quelli che prediligono il sorriso laterale, quello sornione e un po’ furbetto.
Gli occhi si strizzano, e quelli non mentono. Saprei riconoscere un sorriso finto in uno stadio pieno da una curva all’altra e bendato. No, forse bendato no, ma il concetto è chiaro.
Il movimento della strizzata di occhi aggrotta la fronte, e a volte alza appena il livello delle orecchie.
Il sorriso perfetto è un’arte, purtroppo che si è quasi del tutto perduta.
Fino a qualche anno fa avevo diversi clienti, sia all’ingrosso che al dettaglio. Poi ci furono solo i politici in campagna elettorale, i produttori di spot e di grandi show televisivi. Ma con quelli non ci ho mai lavorato, a loro della qualità del sorriso non gliene importa nulla, andavano sulla quantità e sul risparmio.
Poi c’era Berlusconi, ma quello aveva un suo fornitore di fiducia, il figlio di quello che vendeva i sorrisi a Carlo Dapporto.
Adesso vanno forte i produttori all’ingrosso di espressioni maschie, rudi, da uomo forte.
Il sorriso non lo vuole più nessuno, al massimo qualcuno ti chiede la risata sguaiata o quella sarcastica da talk show politico, da usare contro l’avversario. Roba tutta fatta in Cina, cucita dai bambini, cose che non ho mai voluto trattare.
Ora mi sono riciclato, costruisco risposte pronte, alla bisogna.
Il lavoro è completamente diverso, più impegnativo, meno artigianale. La risposta pronta è necessaria però, va via come il pane.
Solo che, per quanto pronte, ci vuole il tempo che ci vuole per preparare una risposta.
Cosicché non diventa più pronta, è una specie di risposta a scoppio ritardato. Magari una risposta bellissima, appropriata, ma inutile.
C’è crisi. Forse dovrò cambiare di nuovo lavoro.
Intanto mi sono rimasti un sacco di sorrisi invenduti, nuovi nuovi.
Interessa l’articolo?

laboratorio

– Pronto buongiorno. Mi scusi, la chiamo dall’Ufficio Organizzazione Risorse Umane. Avremmo bisogno di qualche minuto del suo tempo.
– Mi perdoni, ma vado di fretta, e non compro niente.
– Non mi sono spiegato, signore. Non deve comprare nulla, mi dovrebbe soltanto concedere qualche minuto del suo tempo.
– Ah si? Dovrei? E perché mai, di grazia?
– Perché siamo un servizio statale, e come cittadino lei è obbligato a rispondere alle nostre domande.
– Sennò che fate, mi mandate in galera?
– No, signore. Le mandiamo un’ispezione ministeriale. Poi la commissione suprema giudicherà il suo comportamento. Il tutto per non perdere pochi minuti al telefono con me. La saluto.
– E va bene. Ci sapete fare coi ricatti voi. Mi dica.
– Dunque. Stiamo lavorando al miglioramento della specie, creando le condizioni per la nascita di individui che consentano un salto di qualità, che possano garantire un futuro alla specie umana.
– Non ho capito una minchia.
– Un gruppo di ricercatori sta creando in laboratorio l’uomo perfetto, signore. Verranno impiantati artificialmente a una donna incinta, scelta tra milioni di donne, dei geni che possano far nascere l’uomo perfetto.
– E io che c’entro?
– Lei rientra tra gli individui in possesso di alcune caratteristiche ideali. Noi non possiamo trascurare nulla.
– Ma che è, un film di fantascienza? Che volete da me?
– Non si allarmi signore. Se collaborerà verrà adeguatamente compensato.
– Volete togliermi un pezzo di cervello?
– No signore. Nulla di cruento. Abbiamo solo bisogno di alcune informazioni.
– Guardi, mi trova leggermente spiazzato. Da un lato mi fa piacere che abbiate cercato me. Sapevo di avere delle qualità, ma non pensavo addirittura di contribuire a formare l’uomo ideale. Però non so…
– Abbiamo fatto delle ricerche su di lei. Sappiamo che non naviga nell’oro, che qualche migliaio di euro non le dispiacerebbero.
– Quante migliaia? Giù le carte, signor lei!
– Abbiamo la possibilità di arrivare fino a dieci.
– Venti o non se ne fa niente.
– Mi dispiace, allora. Contatteremo uno dei sette individui con le caratteristiche simili alle sue, signore. La saluto.
– Ma che saluta, aspetti! Quindici?
– Dieci o chiamo il signor Quartullo.
– E lei preferirebbe uno che si chiama Quartullo a me?
– Per cinquemila euro si.
– Dodici?
– Dieci.
– Che palle. Va bene. Sono sempre meglio di un pugno in un occhio. Però niente operazioni e cose cruente. Se dovete prendere il mio fascino, il mio humor, la mia simpatia, dovrete farlo in altri modi, sia chiaro.
– Niente di tutto questo, signore. Io mi occupo delle caratteristiche minori, dei particolari che migliorano un uomo. Quelli però che fanno la differenza. Per le qualità principali ci abbiamo già pensato da tempo.
– Ah si? E quindi da me cosa volete?
– La ricetta del suo spezzatino.
– Il mio spezzatino?
– Si signore. Diecimila euro per una ricetta penso che possano bastare.
– Ma com’è quest’uomo perfetto, mi scusi?
– Guardi, non posso dirle molto. Avrà curiosità, cultura, buon senso, pacatezza, intuito, simpatia, intelligenza, senso dell’umorismo, buon gusto, manualità, intraprendenza, altruismo.
– E basta?
– No. Per essere perfetto, come le dicevo, fanno la differenza i particolari. Sarà anche uno sportivo ma non un fanatico, un laico ma rispettoso delle varie religioni, un fedele compagno ma rispettoso dei libertini, avrà un tocco di arte ma anche di lucida follia, non sarà noioso ma neppure superficiale, saprà passare lo straccio ma negato a stirare le camicie, non farà politica ma odierà i populisti, sarà bello ma non un adone, guiderà male la macchina ma andrà in bicicletta, saprà baciare ma senza esagerare.
– Senza esagerare?
– Senza.
– E lo spezzatino?
– A quello ci deve pensare lei. Se mi dice di si. Altrimenti farà lo spezzatino come Quartullo.
– Non sia mai!
– Guardi che abbiamo ottime referenze anche su Quartullo. Se lei non mi avesse risposto al telefono sarei passato direttamente a lui. Che tra l’altro ci mette anche i piselli.
– Mi spiace, o piselli o patate.
– Conosciamo la sua teoria, signore. Se vuole mollare la ricetta faccio partire il bonifico.
– No, per telefono mai. Non mi fido.
– Controlli il suo conto, signore. C’è già la somma.
– Ci devo pensare.
– No, mi spiace. Non c’è tempo.
– Non posso farcela.
– Ho Quartullo sull’altra linea, si sbrighi.
– Si fotta, lei e Quartullo. Il mio spezzatino resta top secret.
– Come vuole signore, peggio per lei.
– No, peggio per la scienza. Nascerà un uomo imperfetto. Che bacia senza esagerare, non sa stirare le camicie e mette i piselli nello spezzatino. Povere generazioni future.
– Addio signore. Le revoco subito la somma.
– Meglio poveri che venduti.
– La saluta Quartullo. E la ringrazia.
– Coi piselli ma senza palle.

commissario
– Mi vuole raccontare esattamente cosa è accaduto, signor Cusimano? Lei cosa ha visto?
– Commissario, io glielo dico cosa ho visto, però lei non deve interrompermi.
– Se la interrompo o no lo decido io, Cusimano! Lei risponda alle domande e stia al suo posto.
– Si, però le devo dire una cosa.
– Cosa?
– Cosa cosa?
– Cosa mi deve dire, Cusimano?
– Scusi, ma lei chi è?
– Senta, qui le domande le faccio io. Sta cominciando a indispettirmi con questo atteggiamento provocatorio. Io sono il commissario, e lei fa quello che dico io.
– Ah, si. Certo, commissario. Le volevo dire che io ho un problema alla memoria a breve termine. Non trattengo i ricordi recenti, abbia pazienza.
– E io dovrei crederle, Cusimano?
– Credere a cosa?
– Oddio, qui non ne usciamo. Se mi accorgo che mi prende per il culo la sbatto dentro. Forza, mi racconti tutto quello che sa.
– Si, certo. Io stavo portando la mia radio a riparare. È un vecchio Philips a cassette, superato dal tempo e dalla tecnologia. Però io ci sono affezionato, e anche se non mi conviene lo riparo sempre, tutte le volte che si guasta. Mentre attraversavo la piazza, ho veduto una macchina che ha sgommato e dalla quale sono uscite quattro persone. Tre di loro si sono messe il passamontagna e sono entrate nella banca.
– E il quarto?
– Quale quarto?
– Manca un quarto.
– Ah, grazie. Io a meno dieci devo essere a casa. La saluto.
– Ma che saluta? Il quarto uomo, dicevo!
– Ah, si. Io stavo portando la mia radio a riparare. È un vecchio Philips a cassette, superato…
– …dal tempo e dalla tecnologia. Lo so.
– Ah, pure lei ne ha uno, dottore? Allora sa di cosa parlo.
– Come no, ma mi dica dell’automobile. Si ricorda il tipo?
– Certo. Vuole che non conosca la mia macchina? Una panda marrone. Vecchio modello, però. Ma cammina alla grande. Almeno in città, perché altrimenti comincia a fare un fischio curioso…
– Basta, Cusimano! Lei e il suo fischio del cazzo.
– Ma come si permette? Chi la conosce, scusi?
– Io sono il commissario, porca puttana. E lei è un testimone chiave. Anche se sto cominciando a sospettare che lei voglia coprire qualcuno. O mi racconta tutto o la sbatto in cella, così le torna la memoria a breve, a lungo e a lunghissimo termine!
– Commissario, bastava dirlo, senza alterarsi. Le racconto tutto dal principio: stavo andando a riparare la mia radio. Sa, un vecchio Philips a cassette, superato dal tempo…
– E dalla tecnologia di sta minchia. E lei c’è affezionato, e lo ripara. Poi attraversa la piazza, e vede una macchina che sgomma e dalla quale escono quattro persone, tre di loro hanno il passamontagna…
– E il quarto?
– E che cazzo ne so, Cusimano, me lo dica lei se aveva il volto scoperto.
– Non lo so, sembrava così preparato, dottore. Se le cose le sa, non capisco perché debbo raccontargliele io.
– Perché mi piace il suo tono, va bene? Ci tengo che sia lei a narrarmi i fatti. Vada avanti. Ma non mi parli della radio Philips perché gliela sbatto in testa.
– E lei non mi interrompa, dottore. Dunque: della radio gliel’ho detto, della macchina pure, dei quattro uomini anche, della donna con il cappello complice che gli aperto la porta anche…
– No! Quale donna? Chi era? Come era fatta? L’ha vista in faccia?
– Chi?
– La donna, Cusimano!
– Quale donna?
– La porta, Cusimano!
– Ah, si, mi scusi. Gliela chiudo subito.
– Ma non quella porta, si sieda! La porta della banca. Gliel’ha aperta una donna si o no?
– Si, certo. Ma non è che le posso ripetere le cose cento volte! Se le appunti, se non se le ricorda.
– Adesso me le segno. Lei mi dica se la saprebbe riconoscere, quella donna.
– Beh, penso di si. Almeno, se la rivedessi, immagino di si.
– Aveva un tailleur? Una gonna? Dei pantaloni?
– Ma chi, io? No, ero con i miei jeans, come sempre.
– Cusimano, qui risultano ventisette chiamate alla polizia tutte dal suo numero nel giro di cinque minuti intorno alle 17. Voleva farci impazzire o cosa?
– Cosa?
– Che fa, mi prende per il culo?
– Non mi permetterei mai. Neppure la conosco.
– Cos’altro mi sa dire di utile alle indagini, Cusimano? Io non ho la giornata intera da potere perdere con lei.
– Nulla che lei non sappia già, dottore.
– Vabbè, io non ce la faccio. Senta, Cusimano, sia gentile. Vada a casa, scriva su un foglio tutto quello che ricorda, e domani me lo fa avere.
– Come vuole dottore. Arrivederci.

– Dottore?
– Cosa c’è ancora, Cusimano?
– Non vorrei disturbarla, ma uscendo ho visto che lei sta in questo palazzo dove c’è l’insegna della polizia. Siccome ieri ho assistito a una rapina, non è che sa a chi potrei rivolgermi per testimoniare?

oroscopo-del-giorno
Ogni anno che si avvicina porta in dote un carico di speranze e illusioni immotivate e sovente irrealizzabili.
Per questo motivo amiamo venire rassicurati, anche turlupinati, piacevolmente circonvenuti.
Chi sono io per sottrarmi al rito sacro dell’oroscopo dell’anno nuovo?
Nessuno.
Infatti lo faccio.
Premetto, perché le cose, se si fanno, vanno condotte per bene, che il metodo di ricerca e studio degli astri del sottoscritto è assolutamente inattaccabile.
Vengono studiati gli influssi dei satelliti extra galattici delle orbite gravitazionali a partire dalla seconda decade, con esclusione delle cinque più alte cariche interstellari.

In questo modo il futuro viene letto, con ampio margine di verosimiglianza, nelle incrostazioni dei piatti sporchi di una settimana.
Ecco cosa ne è venuto fuori:
1) Ariete
I nati sotto il segno dell’Ariete non sono tipi da stare con le mani in mano. Entro fine mese subiranno un’uscita economica consistente, coincidente con la scadenza della Tari per i nati della prima decade e della Tasi per i nati nella seconda casa. Da Febbraio a Marzo ci sarà un calo delle vendite, dovuto alla fine dei saldi, e l’influsso di Urano nella ricerca dell’anima gemella. Ma mi sa che non vi vuole Nettuno.
Per i nati della terza decade, con ascendente Sagittario, la Luna nei Pesci e la pizza surgelata, si prevedono sbalzi di umore e disturbi gastro intestinali. Liberatevi dal maalox.

2) Toro
Il Toro è tenace, rapace, mordace, e spesso piace. Per questo il 2015 non vuole occuparsi di voi, toccherà arrangiarsi. Venere spinge per comprare il nuovo tappetino del bagno, ma Marte non ne vuole sapere. Né di venere, né di Marte, quindi.
Per i terzogeniti col trigono in trifase e i trigliceridi tristi, si prevede una seconda metà della prima mesata dispari degna di nota. In amore vince chi fugge, nei debiti uguale. Salute: a voi e famiglia.

3) Gemelli
I Gemelli non hanno vissuto un buona fine d’anno, vessati come sono stati da Giunone e Mercurio, uniti nella voglia rompere i coglioni. Adesso il vento è cambiato, spira tramontana e per l’anticiclone dovremo aspettare la seconda metà dell’anno. I single dei gemelli troveranno l’anima gemella, ma sarà troppo tardi, se la sarà presa un puzzone del Capricorno. La Vergine in Bilancia, Marte in seconda fila e la Luna bussò, garantiranno un equilibrio ormonale assai precario.
Nel lavoro grandi novità. Ma meglio che le scopriate da soli. Non voglio sapere niente.

4) Cancro
Il Cancro ha sempre goduto di un fascino notevole, che li ha sempre aiutati nella vita. Se si esclude quell’imbecille di mio suocero, che il fascino se lo sogna proprio.
Per i nati di tutte le decadi e le estrazioni su tutte le ruote, da Gennaio a Giugno le cose andranno a gonfie vele. Poi vi scopriranno, meglio scappare prima.
Saturno è contro per definizione, stronzo quanto basta. Ma voi nemmeno scherzate, però!
La salute è buona, tranne per questa tosse secca che vi tormenterà le notti dalle 3 alle 3:42 dei giorni pari, se avete la targa dispari, dei giorni dispari se tenete la targa pari.
Motto dell’anno: respira piano per non far rumore. Che russi come un cinghiale ferito.

5) Leone
Guai in vista per il leone. Una vecchia cartella esattoriale non pagata ritrovata dall’agenzia delle entrate sconvolgerà il vostro bilancio familiare. Il malore di vostra suocera si rivelerà meno grave del previsto, e l’albero motore vi abbandonerà in autostrada, quando il cellulare si sarà scaricato e una grandine fittissima vi impedirà di uscire dall’auto. Di notte, ovviamente. Di contro altre cose andranno a gonfie vele, come il ritrovamento della bolletta del bollo auto, pagata, e il conto del parrucchiere di vostra moglie, inferiore ai mille euro. Da Agosto in poi le cose si sistemeranno, vostra moglie lascerà il suo capufficio, che tornerà dalla sua famiglia, e quella macchia sulle vostra Tac al cervello si rivelerà caffè fatto cadere dall’infermiere.
Motto dell’anno: chi non lavora, non fa l’attore.

6) Vergine
La vergine uomo va distinta nettamente dalla vergine donna. Ma a occhio non dovreste avere difficoltà a farlo. Per il 2015 avrà una grande rilevanza l’ascendente. E visto il vostro fascino magnetico, avrete ascendente su moltissime persone.
Nel campo lavorativo sono in arrivo soddisfazioni inattese, come l’assunzione part time a tempo determinato per uno stage in un call center, e un posto di postino che vi consentirà di impostarvi per sempre. Il vostro partner sarà attratto da un Bilancia della prima decade con vettura decappottabile e il conto in banca su Marte.
Salute ottima per chi supererà il primo trimestre.

7) Bilancia
Grandi differenze nei sessi nel 2015 dei nati nel segno della bilancia. Gli uomini avranno un grosso calo del desiderio sessuale, periodi di aerofagia e vene varicose. Inoltre la loro vena artistica subirà un improvviso e definitivo crollo, trasformandoli in grigi funzionari statali. Viceversa le donne vivranno mesi di fulgore e grande attività sessuale, e non sempre da sole.

È alle viste l’arrivo dell’anima gemella, Sagittario permettendo, sempre lo stesso stronzo sconza famiglie. Il vostro carattere spigoloso e quell’aria da saputelli insopportabili, vi renderà ulteriormente odiosi al mondo. Quando vi deciderete a scendere dal pero, sarà sempre troppo tardi. Ma quanto mi fate incazzare??
Motto dell’anno: Ma che minchia ci guardi?

8) Scorpione
Lo scorpione si conferma capace di grandi slanci affettivi, emozionali, artistici e solidali, e al contempo grandi scorrettezze, infamità, maleducazioni, scherzi del cazzo.
I nati nella seconda decade faranno il compleanno prima dei nati nella terza decade, ma dopo quelli della prima. Attenzione alle donne del Toro, che guardano ai mariti Bilancia delle amiche Capricorno con ascendente Pesci e due figli Gemelli.
Lo Scorpione rischia di fare il botto nel 2015, senza vie di mezzo: o finalmente il tanto agognato salto di qualità, con successo mondiale, o potete prenotare un posto alla mensa della Caritas.

9) Sagittario
I nati del sagittario che gestiscono una salumeria all’angolo di via Nazionale, subiranno presto degli infortuni gravissimi, così imparano a non farmi credito. Gli altri, escluso mio cugino Giorgio, avranno delle difficoltà nel lavoro. Giorgio no, perché mi ha detto che le cose gli vanno bene, pezzo di cornuto. Che a lui il sagittario della salumeria il credito glielo fa, però. Tra l’altro i maschi di questo segno di merda continuano a fregarsi le donne degli altri, ti pare che non l’ho capito che Giorgio se la fa con la signora bionda della cartoleria? Altrimenti perché dovrebbe passare sempre all’ora di chiusura e darle un passaggio in macchina? Urano mica passa in Saturno ogni giorno alla stessa ora? Per le donne del segno chiedete a Giorgio. Para che se le faccia tutte lui…

10) Capricorno
Giove transiterà nel vostro segno, lasciandovi problemi di parcheggio. Ai nati nella terza decade esploderà una caffettiera in faccia. Che almeno non usino la pentola a pressione. La contingenza economica e il varo della finanziaria porteranno molti Capricorni dall’usuraio, e saranno cazzi in Plutone. Le donne del segno soffriranno la mancanza di verdura riccia e il lavoro dei mariti nati sotto il segno dei pesci, come diceva Venditti. Una notizia buona e una cattiva per i capricorni della prima decade con la luna e quelli appena stempiati: la notizia buona è che entro nella seconda metà dell’anno avrete un’automobile nuova. Quella cattiva è che la vostra ve l’avranno rubata nella prima metà dell’anno.

11) Acquario
I nati sotto questo segno sentiranno una grande energia attraversare il loro inizio d’anno. Salvo poi scoprire di non avere digerito i peperoni del cenone. Il loro carattere riflessivo e introverso li porterà ad un’introspezione utile per conoscere sé stessi.
Dunque un altro anno di autoerotismo assicurato.
Nel campo dell’arte sarà un periodo molto proficuo per le donne dell’Acquario, specialmente quelle sposate con gli Scorpioni e con i Pesci come amanti. Soltanto a Luglio il transito del Leone che non si fa mai i cazzi suoi e si stabilirà nella vostra casa al mare a sbafo, porterà dei contraccolpi negativi. Diffidate della falsità dell’Ariete maschio, riconoscibile da quel fastidioso odore di lavanda che copre l’olezzo di sudore.

12) Pesci
I pesci nell’acquario segnalano stabilità e richiedono il cambio dell’acqua.
I pesci del 2015 saranno freschi, se si eccettua il periodo di fermo biologico e la pescheria dietro casa mia. Quelli con l’ascendente Cancro avranno problemi di salute, mentre quelli con Venere nella seconda casa, effettueranno un trasloco abbandonando la famiglia. L’indole meschina e viscida di alcuni nati in questo segno, porterà a cercare di fregarvi già dopo il brindisi di mezzanotte. Fate attenzione ai pesci che vogliono farvi firmare atti notarili poco chiari, io ne so qualcosa.

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Da Carlo non è che si mangiasse poi così bene.
Ci si andava per abitudine, per amicizia, per il gusto della rassicurante ripetizione. Il bollito due volte su tre non era male, la trippa mangiabile, le cotolette cartonate, le patate fritte finte come i soldi del monopoli, ogni azzardo gastronomico da evitare con cura.
A volte il titolare dell’omonima trattoria si cimentava in imprese al di sopra della propria forza. Energie distolte dalla pasta alla grassa, sperimentazioni che andavano oltre la norma.
La pasta alla norma, s’intende.
Carlo era fatto così, non amava cullarsi sugli allori (e neppure sulle mente), accontentarsi di un complimento ricevuto anni addietro per una polpetta promossa. A volte guardava i programmi della Clerici, registrati, perché a quell’ora lavorava sempre, e fermava il video registratore per osservare con cura la grandezza del taglio della pancetta, il grado di rosolatura dello spinacio, la quantità di vino Tavernello utilizzato per sfumare.
Nella sua cucina tutto questo era bandito, come molta della clientela, peraltro.
Un vecchio e ignorato cartello, con divieto di fumo, era stato manipolato da mano anonima e burlona: vietato sfumare, era diventato.
– Carlo, quante volte te l’abbiamo detto che il maiale prima di farlo al forno devi accertarti che sia morto in questo secolo?
E giù risate a bocca aperta, con ostentazione di fagioli cannellini in masticazione.
Carlo era vedovo, da quando la signora Gina aveva deciso, chissà perché, di lasciarci le penne mentre preparava il sugo della amatriciana. Le sue, penne, però, non quelle numero 73 Barilla.
Il dolore non impedì a Carlo di continuare a lavorare, e la sua numerosa clientela in segno di lutto osservò dieci minuti di non rutti.
Fu la figlia Shara, con l’acca in mezzo per un errore di uno sciatto impiegato all’anagrafe (“Mi raccomando – insistette Carlo – Sara con l’acca, ci tengo!”), a prenderne il posto in cucina.
Solo che la giovane e procace unica erede, era assai più utile alla cassa, dove corpulenti camionisti e operai ormonizzati apprezzavano con pazienza le grazie della neo maggiorenne, e maggiorata, Shara, creando file ingiustificate. Molti non mangiavano neppure, andavano direttamente alla cassa per pagare.
In cucina era negata, non aveva mai nemmeno cotto un uovo, ma il padre riteneva che l’arte culinaria si tramandasse anche attraverso i geni, portando ad esempio Christian De Sica, Luca De Filippo e il padre di Sorrentino, il portiere del Palermo.
Di meglio non aveva trovato.
Col tempo, la pervicacia, la mancanza di destini alternativi, trasformarono Shara da cuoca improbabile a sufficiente, poi a interessante, e infine a stuzzicante, come in una carriera militare raccomandata.
Le sgaloppine conobbero compagni di viaggio nuovi, come la salvia o il marsala, per i peperoni si aprirono orizzonti inesplorati e clienti entusiasti, l’uovo non servì più soltanto per la pasta al forno, ma si appropinquò nella carbonara e nell’impasto delle polpette, fornendo scenari diversi dalla fornitura di baseball.
Insomma, la gente veniva da ogni dove per andare da Carlo e Shara, che nel frattempo aveva costretto il padre alla modifica nell’insegna. E visti i risultati, aveva ottenuto ragione. Sociale, tra l’altro.
Per anni le cose andarono a gonfie vele; da trattoria fetente per palati poco fini e tutte le tasche, si trasformarono in locale cult, dove l’alta borghesia cittadina si accollava lunghe attese all’umido pur di assaggiare i polipetti in umido di Shara, gli involtini di melanzane di Shara, la trippa al sugo di Carlo.
A cui era rimasto soltanto l’onere di un paio di piatti tradizionali, e il servizio ai tavoli, come un pivellino qualsiasi.
Il conto ne valeva il servizio, e a fine mese padre e figlia potevano godere di introiti inattesi.
Sembrava una favola senza intoppi, fino a quando le cose svoltarono.
Per mesi resistettero alle lusinghe di pseudo imprenditori allettati dal marchio più “in” degli ultimi anni, offerte a molti zeri per rilevare la maggioranza del locale, a parole senza snaturarlo.
Poi, d’improvviso, gli squali diventarono tanti, accerchiarono la loro imbarcazione famelici e feroci. Tutti in 3D, peraltro.
La crisi cominciò a mordere, il proprietario del loro immobile a capire l’antifona, le mode a virare leggermente verso nuovi stimoli: apericene, sushi bar, cucine etniche e cugine scollacciate.
In pochi mesi una grande catena di fast food decise di rilevare locale, clientela e, in un insospettato barlume di umanità, anche Shara e Carlo. Fu il colpo finale, il braccio sul tavolo piegato da un avversario forte e tignoso, resistente e tenace.
Carlo stette una intera giornata al cimitero, sulla tomba di Gina chiedendo perdono in lacrime. Niente più broccoli in tegame, spezzatini, bucatini con le sarde. Li attendeva una vita lontani dal sapore indefinito delle interiora bollite, dal cannellone molliccio, dalla salsiccia al sugo.
Lei si sta adattando alla novelle couisine richiesta dai nuovi proprietari. Imparerà, come ha fatto in passato.
Carlo ha difficoltà con i turisti e i nomi di alcuni piatti.
Com’è che si dice fuagrà?

poeta
Di recente è stato riscoperto il poeta popolare Sandrone Vazzi.
Il Vazzi declamava le sue poesie sintetiche a bordo di una lapa alla fine del secolo scorso.

Di poesia non si campa, così il Vazzi arrotondava vendendo pane e panelle.

Da lì una delle sue odi più celebri, “La vita è dura, senza rascatura!”
La critica fu assai controversa col Vazzi, non riuscendo mai a trovare un punto di sintesi.
Ecco una sua poesia inedita, che vi propongo in tutta la sua bellezza certo che saprete apprezzarne la finezza.
La poesia in questione fa parte di una raccolta mai pubblicata, che si chiama i dubbi dell’amore. Il Vazzi non pubblicò mai le sue opere in vita, in quanto non considerato un genio dai mediocri editori locali.
Post mortem le sue opere hanno raggiunto valori inestimabili, tanto che il Vazzi si diverte a popolare i sogni degli editori che lo rifiutarono, a volte dandogli numeri errati, altre volte gridando fortissimo Suuuuuucaaa durante i loro incubi.
Ecco la poesia I dubbi dell’amore, che dà il titolo a tutta la raccolta:
Non so se ti amo, non lo so.
Però, onestamente, penso di no.

Interessanti le letture differenti che hanno fornito i diversi critici. Il De Robertis mette l’accento sulla reiterazione del non so, declamato due volte in un solo rigo. Ritiene che nel rafforzamento del dubbio stia la forza trascinante del messaggio del Vazzi, il suo estrinsecarsi in versi.
Il Cardona invece era estremamente critico, sostiene si tratti di un’altra delle sue minchiate colossali.

Il Ferzetti Finzi Della vedova, nel suo saggio Versi Diversi dedica un grande spazio al poeta Vazzi, nel capitolo Odi spazzatura. Sottolinea a suo dire l’ipocrisia di quell’ “onestamente”, inserito tra le due virgole, come se un poeta solitamente raccontasse cazzate.

In un talk show di seconda serata la contessa Mazzucco lanciò un posacenere contro il critico Lanza, reo di avere appellato il Vazzi con il soprannome di ScassaVazzi.

L’opera di un genio così controverso è destinata ancora, per decenni e decenni, a fare parlare di sé, a dividere amatori da critici.
A noi piace ricordare qui il Vazzi con un’altra delle sue memorabili opere, dal titolo Il caos fuori e dentro di me:

Manchi al mio cuore, manchi al mio cervello
Verrei da te, ma a st’ura un si camina, c’è bordello!

Immortale e grandissimo Vazzi.

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Lo scrittore pignolo aveva un grande archivio dove teneva tutte le parole. Non gli piaceva l’ordine alfabetico, gli sembrava banale, per scribacchini senza slanci.
Lui le aveva sistemate per assonanza, per tipologia.
Da una parte c’erano le multi sillabiche, le sue preferite. Parole come Decadimento, Turlupinare, Prosopopea, Interrazziale, Ipocondriaco, Trasposizione, Organizzazione, Particolareggiato, Insofferenza, Onomatopeico.
Le parole lunghe arrivavano, prendevano confidenza, facevano un giro, c’era il tempo di conoscerle il giusto, di gustarsele bene prima che andassero via.
Anzi, prima che affollassero stancamente conversazioni particolareggiate o straordinarie controversie.
Lo scrittore pignolo amava molto le sdrucciole, o, come lui preferiva chiamarle, le proparossitone.
Poi c’erano quelle con due consonanti doppie, il massimo: Attaccamento, Allitterazione, Affitto, Marrazzo, Baldassarre.
Amava anche quelle nate dal matrimonio di due diversi termini, due mondi che si incontravano in territorio neutro, e decidevano di proseguire insieme: Multirazziale, Poliambulatorio, Pancarrè, Tritarifiuti, Stracotto, Gianbattista.
In un altro schedario ci stavano le parole brevi, le locuzioni, le particelle, le preposizioni, le congiunzioni. Un po’ buttate a casaccio, tutte dentro un grande cesto, come le cassette negli autogrill.
Lui le prendeva senza amore. Si, ci perdeva del tempo per non scambiare un ci con un se, un chi con un ma, un te con un boh, un là con un po’, un pre con un post, un si con un eh, un fa con un da.
Insomma, nel suo archivio le parole avevano un senso, una logica, una ragione d’essere. E vicino a ciascuna ci stavano termini affini, con cui si sarebbero potuti accoppiare selvaggiamente. Vicino a preparativi ci stava fervono, in prossimità di credenza ci stava popolare, accanto a mass ci stava media.
Il guaio dello scrittore pignolo era Gelsomina. Donna pulita, attenta alle molliche sotto il divano, unica nel suo genere per togliere le macchie dai vetri, inimitabile nel rendere i colletti delle camicie perfettamente inamidati, era però poco attenta nella pulizia degli archivi parolieri.
Non era colpa sua, Gelsomina aveva la quinta elementare, cosa volete che ne potesse sapere, povera donna, di accenti gravi, di avverbi, consecutio temporum e parole lunghe o brevi.
Lui la rimproverava ogni volta:
– Dove hai messo il termine Stratosferico, Gelsomina?
– Dottore, io niente toccai.
– L’altra volta ho trovato Cucù accanto a Sdrucciolevole, il Quadro era Sedimentato, i Trigliceridi erano Stinti, il Brasato era Illogico. Io così non riesco a lavorare, lo capisci che con le parole io ci campo?
– Dottore, le giuro. Io solo una spolverata ci diedi!
Ma era del tutto inutile. Le parole, stanche di essere catalogate sempre in egual misura, di convivere per anni e anni con le identiche colleghe, approfittavano della confusione di Gelsomina, e a volte decidevano di dare libero sfogo alla loro curiosità. Un giorno la parola Massacro abbandonò l’arido Inumano e andò a gettarsi nel cesto dei monosillabici.
Fu un Massacro, per l’appunto.
Appena tornato a casa, lo scrittore pignolo non trovò un che manco a pagarlo, i lo erano diventati elle senza nemmeno apostrofo, un paio di perché erano diventati per, rendendo del tutto inutili una serie di punti interrogativi, i quali vagavano perplessi alla ricerca di una domanda inevasa.
Ogni parola faceva quello che voleva, anzi, quello voleva, vista l’assenza di che.
Depresso e indeciso sul da farsi, lo scrittore prese carta e penna e scrisse la lettera di licenziamento per Gelsomina.
Ecco cosa ne venne però fuori:
Illustrata Gelsomina,
essere disordinata produce gravi conseguenze multidisciplinari termoidrauliche da auto compattatore pro scrittore carriera nel compromessa.
Volevo ch t rimanessi in qualsivoglia metodologia, proto compagna de cotanta pulizia pluridecorata.
Adesso no posso reiterare tua presenza quotidiana co casino parolaio.
Fare avere arretrati te per continuare attività multi scrivente.
Salute
Lo scrittore pignolo visse il resto dei suoi giorni provando a catalogando riordinare le, rimettendo avverbi gli insieme articoli, sistemando parole, aggettivi le e .

amore 2

Quando lo capirai che mi ami?
L’hanno detto tre deejay,
è uscito sull’Espresso,
e se ne parla spesso
a volte oltre le sei.
Dario l’ha detto a Monica
Giusi è rimasta attonita
Rino c’ha avuto colica.
Mi ami, convinciti,
informati,
documentati,
verificalo.
Mi ami quando non mi pensi,
mi ami quando ti addormenti,
mi ami quando ti lamenti,
durante la pulizia dei denti.
Però non solo, che quella si fa ogni sei mesi.
Tu mi ami a giugno prima delle ferie,
mi ami a Novembre con gli ultimi bagni,
mi ami quando metti il piumone,
mi ami e fai il cambio stagione.
Che mi ami si vede da come mi abbracci
Che resti lì quei due secondi in più di un abbraccio caldo,
e quei due secondi marcano la differenza
tra amore e confidenza,
tra passione e strafottenza,
tra progetti di convivenza,
e felicità in potenza.
Tu mi ami, non nasconderlo.
Mi ami mentre mangi il mio polpettone,
mi ami perché allontani delusione,
mi ami perché se ridi
c’è convinzione.
Quando capirai che mi ami?
Ti mando un esperto di Miami,
ti sunto il tutto in un bignami,
aspetto ancora un altro domani,
senza stare con le mano in mani,
poi affitto un trivani.
Lo capirai a pasquetta,
tra capretto e capretta?
Forse lo scoprirai a Natale
E vedrai che non è male,
oppure sarà a Maggio
e inizieremo il viaggio.
Tu mi ami, me l’ha detto un vate
E con un viso perplesso
Chiedendosi: cosa aspettate
Voleva ci amassimo adesso.
Quando capirai che mi ami?
Fammelo sapere, ne ho diritto.